Dalle pagine che precedono emerge la possibilità di qualche ulteriore riflessione.
a) La legge n. 43 si inserisce in un trend caratterizzato, per un verso, dal considerare i sistemi elettorali -troppo spesso peraltro trattati come "oggetti contundenti"1 - la via prioritaria, o per lo meno più facilmente percorribile in chiave compromissoria, per la trasformazione del sistema politico (obiettivo che, nella sua globalità, spacca ancora troppo radicalmente la società politica e quella civile) 2; per un altro verso, da una grande varietà di tali sistemi (sia pure nell'ambito di una dominante maggioritaria); per un ultimo verso, da una sempre maggiore loro complicatezza.
La prima caratteristica si scontra con l'opinione - largamente diffusa e confortata dai fatti - secondo cui limitate sono le potenzialità conformative del sistema politico-costituzionale che possono realisticamente accreditarsi alle formule elettorali: più in generale può osservarsi che in una società complessa e funzionalmente differenziata in sottosistemi autonomi, il sottosistema politico e le norme che esso produce (anche con riferimento a se stesso) hanno scarsa capacità conformativa dell' "ambiente" cui sono dirette, sicché va considerato fisiologico un alto tasso di effetti non certi, non calcolabili, non desiderati (almeno ufficialmente) delle decisioni del sistema politico nel momento della loro interazione con l'ambiente di riferimento (per definizione - e tanto più se si pensa alla coppia società civile - sistema politico - altamente incerto e fortemente refrattario alle indicazioni normative).
Quanto alla grande varietà dei sistemi elettorali - da taluno giudicata eccessiva 3- sarà anche vero che non c'è nessuna ragione nè teorica nè pratica per la quale ogni livello di sistema elettorale debba riflettere i medesimi criteri che si ritrovano altrove (Vandelli) e che l'esperienza comparata dimostra come la diversità dei sistemi elettorali nei vari ambiti di autonomia territoriale rappresenti la regola e non l'eccezione (Villone) 4, ma va anche considerato che la molteplicità dei sistemi elettorali "non solo rompe il meccanismo di identificazione- appartenenza tra elettori e partiti (risultato questo dichiaratamente perseguito), ma rende inevitabilmente difficile una ricomposizione unitaria del rapporto cittadini-istituzioni elettive"; "non favorisce, ma caso mai impedisce, la stabilizzazione del sistema politico" e richiede inoltre - particolare da non trascurare - "semplificazioni eccessive e molto probabilmente anche un grado di mistificazione e banalizzazione dei messaggi ancora superiore a quanto accadeva nel sistema politico-istituzionale precedente"5.
C'è da chiedersi poi se la sempre maggiore complicatezza della nostra legislazione elettorale 6 non trovi una ragione, per così dire, strutturale nel fatto che essa sempre meno persegue l'obiettivo di disciplinare il rapporto di rappresentanza (nella consapevolezza che si tratti di una finzione istituzionale?) e sempre più si prefigge di conformare la composizione degli organi elettivi e dunque i rapporti di forza all'interno della classe politica, riducendo le elezioni a "un procedimento a partecipazione collettiva per definire quale delle élites in competizione sia la vincitrice della gara per il governo" 7: sicchè può anche venire il dubbio che non sia destituito di ogni fondamento il sottotitolo interrogativo di un libro recentemente uscito in Francia, che si domanda "E se i nostri eletti non rappresentassero più che se stessi?" 8.
b) Fatalisticamente riteniamo che sia fuori della portata di una legge elettorale il prevedere meccanismi in grado di migliorare la selezione, e quindi la composizione, della classe politica locale (ormai socialmente monopolizzata da ceti che solo in omaggio a una illustre corrente di pensiero continuiamo a definire "élites politiche" 9), mentre dovrebbe essere ancora possibile richiederle di rispettare al suo interno le regole della coerenza: l'osservazione comparatistica insegna che vi sono modelli di democrazia (mediatizzata o immediata, d'investitura o d'indirizzo, parlamentare o presidenziale, maggioritaria o consensuale..., per richiamare le contrapposizioni più note), contaminare capricciosamente i quali - come ha fatto la legge n. 43 - comporta ambiguità e aporie che si ritorcono gravemente sulla credibilità dell'impianto istituzionale e sul ruolo - in teoria sempre sovrano - dei cittadini (il cui astensionismo di massa nella tornata elettorale del 23 aprile 199510 dà molto da pensare).
c) Preso atto che la legge n. 43 (pur nel turbinio di compromessi che la contraddistingue), segna una piccola battuta d'arresto nell'ideale marcia che - secondo le intenzioni di molti - dovrebbe condurre a fare delle assemblee elettive in il luogo della rappresentanza della complessità dell'elettorato, ma della sua semplificazione istituzionale 11 o, se si vuole, della marginalizzazione istituzionalizzata della differenza 12, funzionale all'ipotesi di un assetto politico dicotomizzato ma non polarizzato 13, resta il fatto che si tratta di una legge istitutiva di un sistema elettorale, per così dire, spaesante: metafora e simbolo di un più generale spaesamento che accomuna governati e governanti di un assetto politico-istituzionale in inquieta transizione 14.