Cassazione Civile, III Sezione, 29 marzo 1999, n. 2966 – Giuliano Presidente – Finocchiaro Relatore – Schirò P. M. (conf.) – C.R.C. s.p.a. (avv.ti Ricci, Maniscalco) Bellucci (avv. Luise).

Vendita – Obbligazione del compratore di pagare il prezzo – Luogo – Domicilio del venditore – Usi diversi (Disp. sulla legge in generale artt. 1 e 8; C.c. art. 1182, 1368, 1470, 1498).

Obbligazioni in genere – Obbligazione avente ad oggetto una somma di denaro - Luogo di adempimento – Domicilio del creditore – Fattispecie in tema di cessione di credito (C. c. artt. 1182, 1260, 1264).

Competenza civile – Territorio – Forum destinatae solutionis – Obbligazione del compratore di pagare il prezzo - Luogo dell’adempimento – Domicilio del venditore – Limiti (C. c. artt. 1182, 1498; C.p.c. 20, 28, 29).

In tema di vendita, e con riguardo al luogo in cui il compratore è tenuto a pagare il prezzo, allorché l’art. 1498, 2° comma, c.c. fa salvi "gli usi diversi", tale norma richiama non gli usi negoziali invalsi tra le parti, ma solo eventuali usi "normativi" o "giuridici" che per alcuni "affari" derogano alla previsione ivi contenuta (1).

La disciplina dell’art. 1182, 3° comma, c.c. in base alla quale l’obbligazione avente ad oggetto una somma di denaro deve adempiersi al domicilio che il creditore ha al tempo della scadenza, è applicabile anche alla ipotesi della cessione di credito, a patto che sussistano i due presupposti della conoscenza dello spostamento del luogo di pagamento e della mancanza di aggravio per il debitore (2).

Nelle cause concernenti il pagamento del prezzo di una compravendita, poiché ai sensi dell'art. 1498, 3° comma, c.c. il pagamento, ove non debba aver luogo al momento della consegna, deve essere effettuato al domicilio che il venditore ha al momento in cui il relativo credito diviene esigibile, a tale luogo occorre avere riguardo per la determinazione del forum destinatae solutionis anche se sia prevista per il debitore la possibilità di eseguire il pagamento nel suo stesso domicilio o nel luogo del suo domicilio nelle mani di un agente o rappresentante del venditore, ove tale modalità di pagamento non sia convenzionalmente prevista a carattere esclusivo e con la contestuale rinuncia del venditore al forum previsto dall'art. 1498, comma 3 (e 1182) c.c. (3).

OmissisMotivi:

1) I giudici del merito hanno ritenuto la competenza del tribunale di Roma a conoscere della controversia atteso che in Roma coincidevano sia il forum rei, sia il forum contractus [circostanze mai contestate dalla società opposta] sia, infine, il forum destinatae solutionis.

A questo ultimo riguardo il giudice a quo, evidenziato essere pacifico, in causa, che l’opponente, macellaio in Roma, aveva avuto un rapporto continuativo ultra annuale di fornitura con la ULTROCCHI CARNI s.p.a., nel corso del quale era invalso l’uso di provvedere ai pagamenti a mani di certo TRIVELLONI Maurizio, incaricato della fornitrice, in occasione delle sue visite al negozio per consegne di merce o ritiro di ordini, ha osservato che in tema di luogo di adempimento le regole dettate dall'art. 1182, comma 2, 3 e 4 c.c. hanno valore puramente suppletivo, operano - cioè - solo se la determinazione del luogo non risulti dall’accordo delle parti o dagli usi, o dalla natura della prestazione e che nella specie – tenuto presente il continuo e perdurante sistema di pagamento adottato dal debitore ed accettato dal creditore - si era realizzato un uso contrattuale, prevalente sulle regole suppletive ricordate, a prescindere dalla qualificazione del rapporto inter partes come fornitura o come una serie di vendite.

In astratto, ha ancora osservato il tribunale, la sostituzione di un creditore ad un altro, avente diverso domicilio, determina lo spostamento del luogo di adempimento, ove questo originariamente coincida con il domicilio del creditore, ma ciò avviene solo allorché in tale modo si mantiene inalterato il patto o la regola sussidiaria legale che prevede tale domicilio quale luogo di adempimento: se, viceversa - come nella specie - il forum destinatae solutionis è ab origine diverso, detto spostamento non opera, non interferendo la modificazione del domicilio del creditore con la regola pattizia o legale che fissa altrove il luogo di adempimento.

Nell’ipotesi in cui il pagamento - per accordo anche tacito intercorso tra debitore e creditore originario - debba eseguirsi per il domicilio del debitore, ha concluso il tribunale, colui che si renda successivamente acquirente del credito non può unilateralmente modificare tale uso contrattuale, per cui ogni sua richiesta in tale senso resta priva di valore, in assenza di accordo con il debitore.

2) Oppone a tale conclusione - la difesa del ricorrente - che in realtà la circostanza che anteriormente alla cessione di credito intervenuta tra la ULTROCCHI CARNI e la C.R.C. la BELLUCCI usasse consegnare i pagamenti a mani dell'agente TRIVELLONI non è fattispecie atta di per sé a determinare il mutamento dello ordinario e generale forum destinatae solutionis che, per le obbligazioni liquide e esigibili e, in particolare, per il prezzo da pagarsi con termine contrattuale previsto come scadente successivamente alla consegna dei beni, è il domicilio del creditore. ai sensi degli artt. 1182, comma 3, e 1498, comma 3, c.c.

Al riguardo parte ricorrente richiama la giurisprudenza di questa Corte (ad esempio Cass. 24 febbraio 1988 n. 1978) secondo cui in tema di compravendita la semplice autorizzazione all'agente del venditore a riscuotere il prezzo presso il compratore non opera lo spostamento del forum destínatae solutionis dal domicilio del venditore creditore a quello del compratore debitore, poiché tale spostamento ha luogo solo se siffatta modalità di pagamento sia stata prevista convenzionalmente con carattere esclusivo e il venditore abbia rinunciato al foro previsto dagli articoli 1498, comma 3, e 1182, comma 3, c.c..

Essendo mancata - sin dall’origine - una deroga espressa alla regola che prevede quale luogo di adempimento, il domicilio del venditore, il mutamento del creditore per effetto della cessione di credito, conclude il ricorrente, comporta la modificazione del forum destinata solutionis.

Anche a prescindere da quanto precede il ricorrente sottolinea, ancora,. che una eventuale deroga pattizia alla regola generale, per effetto della condotta del debitore e dell'originario creditore (costituita dal pagamento del corrispettivo a mani dell'agente del creditore nel luogo di residenza del debitore) è improduttiva di effetti nei confronti della cessionaria C.R.C., tenuto presente che le fatture inviate alla BELLUCCI recavano la comunicazione della avvenuta cessione di credito e specificavano che il pagamento doveva essere effettuato alla C.R.C. s.p.a. di Modena (cioè prima della scadenza del termine per adempiere, successivo alle singole fatture era stato portato a conoscenza del debitore che il pagamento doveva avvenire in Modena).

Non diversamente il P.M. oppone - in termini opposti rispetto a quanto ritenuto dal tribunale di Modena - che gli usi richiamati dall’art. 1182, comma 1, c.c., invocati da quei giudici a fondamento della loro statuizione, sono esclusivamente gli usi normativi, cioè quelli citati fra le fonti sussidiarie del diritto dalle disposizioni sulla legge in generale, e tale non può qualificarsi la prassi instauratasi tra le parti con il pagamento del corrispettivo a mani dell'agente del creditore, con conseguente applicazione dell’art. 1498, comma 3 c.c., atteso che il pagamento a mani del detto agente non era previsto in via esclusiva e con contestuale rinuncia del venditore al foro previsto dall'art. 1498, comma 3, e 1182, comma 3, c.c..

Il ricorso è fondato e deve, per l’effetto, dichiararsi la competenza del presidente del tribunale di Modena ad emettere l’ingiunzione per cui è causa.

A norma dell’art. 1498 c.c. "il compratore è tenuto a pagare il prezzo nel termine e nel luogo fissati dal contratto" (comma 1), "in mancanza di pattuizione e salvi gli usi diversi, il pagamento deve avvenire al momento della consegna e nel luogo dove questa si esegue" (comma 2) e "se il prezzo non si deve pagare al momento della consegna, il pagamento si fa al domicilio del venditore" (comma 3).

Il giudice a quo - come premesso sopra - preso atto che non era contrattualmente previsto il pagamento contro il ricevimento della merce e che la parte acquirente provvedeva al pagamento di questa a mani del rappresentante del creditore, TRIVELLONI Maurizio - in occasione di altre consegne o della raccolta degli ordini - nel proprio domicilio in Roma, ha ritenuto che esistesse, nella specie, un uso contrattuale in forza del quale il debitore era tenuto ad adempiere alla obbligazione di pagamento del prezzo della merce ricevuta ne proprio domicilio, in Roma.

Lo stesso, in altri termini, ha interpretato la forma sopra trascritta nel senso che "gli usi diversi", menzionati nell'art. 1498, comma 2, possono essere anche gli usi contrattuali.

Tale lettura dell'art. 1498, comma 2, c.c. non è accettabile.

Come noto, gli usi si distinguono in "normativi" e "interpretativi".

I primi, detti anche "legali" o "giuridici", costituiscono vere e proprie norme giuridiche, non scritte, risultanti da una pratica generale e costante, protratta per un congruo periodo di tempo ed attuata con la convinzione di obbedire ad una regola giuridica.

Gli usi "interpretativi", detti anche "negoziali", consistono, invece, nel modo costante e uniforme con cui determinati affari vengono compiuti o eseguiti dalle parti contraenti, in rispondenza alle condizioni del mercato in cui il negozio si conclude, o alle esigenze tecniche peculiari del commercio di date merci.

Gli usi "interpretativi", peraltro, a differenza degli usi "normativi", non sono considerati precetti giuridici, avendo la funzione di interpretare o di integrare la volontà dei contraenti che vi abbiano fatto tacito riferimento, sia non esponendo la loro intenzione, sia esponendola ambiguamente (in tale senso cfr., ad esempio, già le remote Cass., 7 aprile 1964, n. 764, nonché Cass., 17 giugno 1964, n. 1533 e Cass., 19 gennaio 1965, n. 109).

Solo gli usi "normativi", o "giuridici", pertanto, costituiscono fonte sussidiaria di diritto nelle materie non regolate dalle legge e con funzioni integrative del contenuto delle norme scritte (Cass., 21 novembre 1983, n. 6948, nonché Cass., 17 ottobre 19681 n. 3342).

Pacifico quanto precede è palese che allorché l’art. 1498, comma 2, c.c. fa salvi "gli usi diversi" lo stesso richiama non - come afferma il giudice a quo - gli usi negoziali, tra le parti, ma solo eventuali usi "normativi" o "giuridici" (che per alcuni "affari" derogano alla [sola] previsione contenuta nello stesso art. 1498, comma 2 c.c.) (cfr., Cass., 22 maggio 1980, n. 3396).

Deve escludersi - contemporaneamente - che per effetto della prassi, instauratasi tra l’acquirente e il venditore, prassi in forza della quale l’acquirente provvedeva al pagamento del corrispettivo dovuto a titolo di prezzo nel luogo del proprio domicilio, a mani di un rappresentante del venditore, le parti avessero "contrattualmente" fissato in Roma, luogo del domicilio dell'acquirente, il luogo di adempimento della obbligazione di pagamento del prezzo (a norma dell'art. 1498, comma 1, c.c.).

Come in molteplici occasioni affermato dalla costante giurisprudenza di questa Corte - che merita in questa sede di essere confermata - infatti, deve ribadirsi che nelle cause concernenti il pagamento del prezzo di una compravendita, poiché ai sensi dell'art. 1498, comma 3, c.c. il pagamento, ove non debba aver luogo al momento della consegna, deve essere effettuato al domicilio che il venditore ha al momento in cui il relativo credito diviene esigibile, a tale luogo occorre avere riguardo per la determinazione del forum destinatae solutionis anche se sia prevista per il debitore la possibilità di eseguire il pagamento nel suo stesso domicilio o nel luogo del suo domicilio nelle mani di un agente o rappresentante del venditore, ove tale modalità di pagamento non sia convenzionalmente prevista a carattere esclusivo e con la contestuale rinuncia del venditore al forum previsto dall'art. 1498, comma 3 (e 1182) c.c. (tra le tantissime, in tale senso, Cass., 24 febbraio 1988 n. 1978, nonché, sempre nel senso che non integra deroga al principio generale del forum solutionis ex art. 1182, comma 3, e 1498, comma 3, c.c. il versamento in contanti del prezzo effettuato nel domicilio dell'acquirente ad un incaricato del venditore, trattandosi di circostanza contingente, di per sé inidonea ad evidenziare una clausola contrattuale diretta a superare il predetto principio, Cass., 5 giugno 1984, n. 3404, e Cass., 28 aprile 1981 n. 2569).

Perché - pertanto - sia escluso, al fine di determinare la competenza per territorio ex art. 20 c.p.c., il foro costituito dal domicilio del creditore quale luogo dell'adempimento a norma dell'art. 1182 c.c., non è sufficiente come invoca la difesa del resistente l'esistenza di un patto che preveda la possibilità, per il debitore, di adempiere in altro luogo - ad esempio, nella specie, nel luogo della propria residenza - ma è indispensabile, altresì, che tale luogo di adempimento sia previsto in modo esclusivo (cfr., del resto, esattamente in tal senso, Cass., 9 febbraio 1995, n. 14.72, nonché Cass.,19 maggio 1990, n. 4536).

Premesso quanto sopra si osserva che la disciplina dell'art. 1182, comma 3, c.c., per cui la obbligazione di danaro va adempiuta nel domicilio che il creditore ha al tempo della scadenza, si applica anche alla ipotesi della cessione del credito, solo che sussistano i due presupposti della conoscenza dello spostamento del luogo di pagamento e della mancanza di aggravio per il debitore (così, in termini, Cass., 18 febbraio 1972, n. 467 e, in precedenza, Cass., 19 luglio 1957, n. 3026).

Deriva, da quanto premesso, una volta pacifico in causa, da un lato, che nelle fatture inviate al debitore si dava notizia della cessione del credito, dall'altro, che l’originario creditore aveva sede in città diversa da Roma (in particolare in S. Stefano Ticino, provincia di Milano) [per cui lo spossamento del luogo di adempimento della obbligazione non costituiva un aggravio per il debitore], che deve dichiararsi, come anticipato, la competenza del tribunale dì Modena, luogo in cui ha la propria sede la creditrice C.R.C. s.p.a.

Irrilevante, al fine di pervenire ad una diversa definizione della lite - da ultimo - è il principio enunciato da questa Corte con la propria sentenza 10 febbraio 1995, n. 1499 (richiamata negli scritti difensivi di parte resistente).

In quell’occasione - in particolare - questa Corte ebbe ad affermare che in tema di cessione dei crediti il debitore ceduto può opporre al creditore cessionario le eccezioni opponibili all'originario creditore, compresa quella relativa alla clausola riguardante il foro esclusivo pattuito tra le parti.

Poiché - come osservato sopra - nel caso concreto la BELLUCCI e la società ULTROCCHI Carni non avevano affatto previsto come esclusiva forma di adempimento delle obbligazioni del primo nei confronti della seconda il pagamento a mani di un rappresentante del venditore in Roma, con conseguente espressa rinuncia del creditore al foro del suo domicilio, è evidente la non applicabilità alla presente fattispecie del richiamato principio di diritto.

In accoglimento del ricorso, in conclusione, deve dichiararsi la competenza del presidente del tribunale di Modena ad emettere l’ingiunzione opposta, con condanna del resistente al pagamento delle spese di questa fase del giudizio, liquidate come in dispositivo. – Omissis.

(1-3) In breve i fatti che hanno preceduto la sentenza. Una società con sede in Modena, creditrice di un somma di denaro in qualità di cessionaria di un credito relativo ad una fornitura di carni, chiede ed ottiene dal Tribunale di Modena decreto ingiuntivo nei confronti del debitore ceduto residente in Roma. Questi propone rituale opposizione eccependo, inter alia, l’incompetenza territoriale del giudice adito. Il Tribunale di Modena, ritenuta la competenza del Tribunale di Roma, dichiara la nullità del decreto opposto per incompetenza territoriale e assegna termine alle parti per la riassunzione della causa. Avverso tale sentenza la società cessionaria propone regolamento di competenza.

I diversi principi sopra massimati traggono origine da una problematica di diritto processuale la cui soluzione dipende, a sua volta, da un’altra di diritto sostanziale. La questione di natura processuale verte sull’individuazione del giudice competente a emettere decreto ingiuntivo nel caso di un credito derivante da un contratto di compravendita di merci in presenza delle seguenti ulteriori circostanze:

  1. si trattava di una serie di forniture ripetute nel tempo ove il debitore, per prassi consolidata, aveva sempre pagato dopo la consegna della merce presso il proprio domicilio nelle mani di un preposto del creditore incaricato di ricevere ordini e pagamenti;
  2. era intervenuta una cessione di credito da parte del fornitore a favore di un terzo; e
  3. il fornitore/cessionario aveva notificato al debitore ceduto il nuovo luogo di pagamento prima che il credito divenisse esigibile.

La difficoltà della questione in punto diritto dipende in gran parte proprio dalla complessità degli elementi di fatto ad essa sottostanti che hanno richiesto all’estensore della sentenza una complessa disamina dei principi di legge e della connessa giurisprudenza in tema di diversi istituti. Per seguire il filo della soluzione adottata nel caso di specie dalla S.C., pare opportuno, in primis, richimare brevemente le norme di riferimento e, successivamente, verificare l’incidenza delle diverse circostanze del caso concreto su tali norme.

Come noto, in aggiunta al foro generale delle persone fisiche e di quelle giuridiche, l’art. 20 c.p.c. prevede, quale foro facoltativo per le cause relative a diritti di obbligazione, sia quello del luogo in cui l’obbligazione è sorta (c.d. forum contractus) sia quello del luogo in cui deve eseguirsi l’obbligazione dedotta in giudizio (c.d. forum destinatae solutionis). Nel caso di esame si tratta di individuare con esattezza il luogo dell’adempimento dell’obbligazione di pagare il prezzo a fronte di una compravendita.

Le norme codicistiche in subiecta materia sono quelle previste dagli artt. 1182 e 1498. Il primo dei due articoli stabilisce come regola generale che, in assenza di determinazione delle parti o degli usi, e semprechè non sia possibile desumerlo dalla natura della prestazione o da altre circostanze, il luogo di adempimento per le obbligazioni pecuniarie è quello in cui il creditore ha il domicilio al tempo della scadenza. Il terzo comma dell’art. 1182 c.c. stabilisce, poi, che qualora il mutamento del domicilio del creditore rispetto a quello in cui l’obbligazione è sorta renda più gravoso l’adempimento "il debitore, previa dichiarazione al creditore, ha diritto di eseguire il pagamento al proprio domicilio".

Inoltre, in materia di vendita, l’art. 1498 c.c., detta specifiche disposizioni qualora l’obbligazione pecuniaria consista nell’obbligo del compratore di pagare il prezzo. Innanzitutto, tale norma dà prevalenza alla volontà delle parti quale espressa nel contratto. In mancanza di pattuizione specifica, e fatti salvi gli usi diversi, "il pagamento deve avvenire al momento della consegna e nel luogo ove questa si esegue". In estremo subordine, l’art. 1498, 3° comma, c.c. stabilisce che "se il prezzo non si deve pagare al momento della consegna, il pagamento si fa al domicilio del venditore".

La peculiarità del caso di specie sta nel fatto che il debitore, per una prassi consolidata, era solito eseguire il pagamento dopo la consegna della merce presso il proprio domicilio e nelle mani di un preposto del creditore/venditore. A complicare il tutto ha poi contribuito la circostanza che il credito derivante dalla fornitura era stato ceduto ad un terzo, con un domicilio diverso da quello ove solitamente avveniva il pagamento.

In primo luogo, la S. C. ha ritenuto necessario qualificare giuridicamente la suddetta prassi di eseguire il pagamento dopo la consegna della merce presso il domicilio dell’acquirente e, soprattutto, verificare se una siffatta prassi potesse rientrare nel concetto di "uso diverso" ai sensi del disposto del 2° comma dell’art 1498 c.c..

Al riguardo la Corte riprende la nota distinzione, di matrice prettamente giurisprudenziale, tra usi "normativi" ed usi "interpretativi" altrimenti detti "negoziali" (cfr., oltre alle risalenti sentenze richiamate in motivazione, Cass., 26 settembre 1998, n. 9663 in Mass., 1998, 998; Id., 6 luglio 1996, n. 6176, in Notiziario giurisprudenza lav., 1996, 835; Id., 2 febbraio 1996, n. 900, in Il lavoro nella giur., 1996, 613; Id., 17 marzo 1995; n. 3101, in Foro it., 1995, I, 1143; Id., 25 febbraio 1995, n. 2217, in Notiziario giurisprudenza lav., 1995, 397; Id., 3 aprile 1991, n. 3470; in Mass., 1991, 298; Id., 12 novembre 1985, n. 5549, in Foro. It., 1986, I, 1373; Id., 5 agosto 1985, n. 4388, in Mass., 1985, 833; Id., 21 novembre 1983, n. 6948, ivi, 1983, 1780 Cass., 10 novembre 1981, n. 5943, ivi, 1981, 1486; Id., 19 aprile 1980, n. 2583, ivi, 1980 658). I primi, detti anche usi legali o giuridici, sono quelle regole consuetudinarie che per effetto del comportamento della generalità dei consociati e dell’elemento soggettivo della opinio iuris seu necessitatis assumono, ai sensi dell’art. 8 delle disposizioni preliminari al codice civile, valore di vere e proprie norme giuridiche. Tali usi concorrono a disciplinare i rapporti giuridici in essere solo se richiamati espressamente dalla legge per integrarla e senza potervi derogare, neppure con riguardo a norme dispositive o suppletive (per una recente analisi della giurisprudenza di legittimità sugli usi normativi: Cass., 30 marzo 1999, n. 3096 e Id., 16 marzo 1999, n. 2374 entrambe in Giust. Civ., 1999, I, 1301 con nota di Giacalone).

I secondi, i quali prescindono dai requisiti propri dell’uso normativo consistendo più semplicemente in pratiche seguite da una determinata cerchia di contraenti, si distinguono a loro volta in due sottospecie: le c.d. "pratiche generali interpretative" di cui all’art. 1368 c.c., che svolgono la funzione di strumento di interpretazione delle clausole contrattuali ambigue, e gli usi c.d. "integrativi" previsti dall’art. 1340 c.c., che hanno come funzione quella di integrare la volontà delle parti (per tale distinzione – non adottata dalla sentenza in commento - vedasi in motivazione Cass., 23 dicembre 1986, n. 7864, in Giur. It., 1987, I, 1, 1368 ss. con nota di Del Prato; Trib. Firenze, 3 marzo 1961, ivi, 1962, I, 2, 461, con nota di Balossini). A differenza di quelli normativi, gli usi negoziali esplicano la loro efficacia senza la necessità di alcun richiamo di legge e possono derogare alle norme di legge che non abbiano carattere imperativo. Tuttavia, gli usi negoziali non possono considerarsi inseriti nel contratto se non in virtù di un’espressa o implicita manifestazione di volontà dei contraenti (cfr. Cass., 11 febbraio 1987, n. 1489, in Mass., 1987, 233; Id., 5 agosto 1985, n. 4388, ivi, 1985, 833; Id., 8 aprile 1972, n. 1079, in Foro Pad., 1972, I, 318).

La S. C. approda così alla conclusione - a onor del vero senza eccessivi approfondimenti - che gli "usi diversi" richiamati dall’art. 1498 c.c. sono solo quelli normativi, ritenuti, però, insussistenti nel caso di specie (si veda in merito la sentenza richiamata in motivazione: Cass., 22 maggio 1980, n. 3396, in Mass. Giur. Lav., 1981, 643; e per esteso in Foro It., 1980, I, 2149).

Nel pronunciarsi sulla predetta questione, la motivazione della sentenza ne affronta, pur se solo in via incidentale, un’altra ad essa correlata di notevole interesse: quella sulle clausole d’uso di cui all’art. 1340 c.c.. Come noto, e con riguardo a tale norma, sono ampiamente controversi in dottrina e giurisprudenza la natura ed il contenuto degli usi ivi menzionati. Sul punto, vi sono tre diverse teorie: quella dell’uso normativo, quella dell’uso di mercato e quella dell’uso individuale (per una completa rassegna di dottrina e giurisprudenza v. Genovese, voce "Usi negoziali ed interpretativi", in Enc. Giur. Treccani, XXXII, Roma, 1994, 1).

In estrema sisntesi, la prima delle tre teorie ritiene che le clausole d’uso siano nient’altro che dei normali usi normativi (in dottrina v. Varrone, Ideologia e dogmatica nella teoria del negozio giuridico, Napoli, 1972, 290; Fragali, Dell’interpretazione dei contratti, Libro delle obbligazioni, in Comm. D’amelio – Finzi; I, Firenze, 1948, 371; Oppo, Profili dell’interpretazione oggettiva del negozio giuridico, Bologna, 1943, 102); la seconda che le clausole d’uso siano degli usi di mercato costituiti dalle clausole tipiche di determinati rami del commercio, categorie professionali o ordinamenti del mercato (in dottrina v. Scognamiglio, Dei contratti in generale, Bologna, 1970, 235; Barassi, Teoria generale delle obbligazioni, II, Milano, 1946, 486; Asquini, Usi legali e usi negoziali, in Riv. Dir. Comm., 1944, I, 71); e l’ultima che le clausole d’uso coincidano con la nozione di usi individuali (in dottrina v. Rodotà, In tema di usi individuali, in Foro Pad., 1971, I, 143; Guglieliminetti, I contratti normativi, Padova, 1969, 273; Cautadella, Sul contenuto del contratto, Milano, 1966, 150). Pare utile aggiungere che col termini "usi individuali" (rectius bilaterali) si è soliti indicare quei comportamenti tenuti dalle parti sia prima che successivamente alla conclusione del contratto, il cui contenuto assume normalmente rilievo ai fini della interpretazione del contratto per effetto dell’art. 1362, 2° comma, c.c.. In particolare, nella nozione di usi individuali vengono ricomprese anche le c.d. "clausole abituali", intese come quelle pattuizioni ripetute in una serie di contratti identici stipulati tra le stesse.

La giurisprudenza consolidata segue, pur se con diverse motivazioni, la seconda teoria, quella degli usi di mercato (cfr. Cass., 19 aprile 1980, n. 2583, in Riv. Giur. Lav., 1981, II, 119; Id. 9 novembre 1973, n. 2953, in Rep. Foro It., 1973, voce "Contratto in genere", n. 229; Id. 8 aprile 1972, n. 1079, in Foro Pad., 1972, 318; Id., 19 gennaio 1965, n. 109, in Mass. Foro. It., 1965, 19; Id., 10 giugno 1961, n.1348, ivi, 1961, voce "Obbligazioni e contratti", n. 221; App. Firenze, ivi, 1956, voce "Consuetudine", n. 12).

Alla luce di quanto precede, la circostanza che nel caso in esame il pagamento avvenisse da tempo e ripetutamente presso il domicilio del debitore parrebbe, quindi, avere un valore prettamente negoziale, concernendo la condotta tenuta dalle parti in relazione a precedenti rapporti giunti a completa conclusione. Diversamente, gli usi negoziali, e in special modo quelli integrativi di cui all’art. 1340 c.c., presuppongono - almeno secondo la summenzionata giurisprudenza sulla predetta disposizione - l’esistenza di atti reiterati da una cerchia determinata di persone. Sul punto la stessa Corte di cassazione ha sostenuto che una prassi istituitasi tra le parti in occasione di precedenti contrattazioni non può essere identificata con l’uso negoziale che, pur con le necessarie limitazioni, avrebbe portata generale (cfr. Cass., 17 ottobre 1968, n. 3342, in Mass., 1968, 1204; in dottrina vedasi – con riferimento agli usi aziendali – Liebman, Usi aziendali, volontà dell’imprenditore e autonomia negoziale, in nota a Cass., 6 novembre 1996, n. 9690, in Giust. Civ., 1997, 1343 e Del Prato, L’individuazione dell’uso aziendale, in nota a Cass., 23 dicembre 1986, n. 7864, in Giur. It., 1987, I, 1, 1368; con specifico riguardo agli usi individuali: Liotta, L’interpretazione del contratto e il comportamento complessivo delle parti, in Riv. Trim. Dir. e Proc. Civ., 1977, 983; Scognamiglio, Dei contratti in generale, Disposizioni preliminari, Dei requisiti del contratto, in Commentario del codice civile, a cura di Scialoja- Branca, Bologna-Roma, 1970, 235; Casella, Il contratto e l’interpretazione, Milano, 1961, 115; Dossetto, Clausola d’uso, in Noviss. Dig. It., III, Torino, 1959, 364; Asquini, Usi legali e usi negoziali, in Riv. Dir. Comm., 1944, 71 e ss.; Rocco, Diritto commerciale, Milano, 1936, 145).

Una siffatta interpretazione pare emergere anche nella motivazione della sentenza ove si afferma che gli usi negoziali, sia interpretativi sia integrativi, sono ricollegati al modo in cui determinati affari vengono compiuti o eseguiti dalle parti "in rispondenza alle condizioni di mercato o alle esigenze tecniche peculiari del commercio di date merci". Pertanto, nel caso in esame e sulla linea dei principi sopra esposti, sarebbe forse stato corretto precisare che la prassi seguita dal debitore ceduto col precedente creditore non poteva in alcun caso rientrare nel concetto di "usi diversi" richiamati dalla norma codicistica in materia di vendita, in quanto non riconducibile né agli usi normativi né, a fortiori, agli usi negoziali.

La motivazione prosegue, invece, con maggior chiarezza ed approfondimento quando affronta la questione relativa al forum destinatae solutionis. In proposito, il sopra richiamato art. 1498, 3° comma, c.c., in applicazione della regola generale di cui all’art. 1182 c.c., prevede espressamente che qualora - come nel caso di specie - il pagamento del prezzo non debba avvenire al momento della consegna del bene compravenduto, questi deve essere effettuato presso il domicilio che il venditore/creditore ha al momento in cui il relativo credito diventa esigibile. Conseguentemente, a tale luogo bisogna far riferimento al fine di determinare la competenza per territorio ex art. 20 c.p.c..

Per consolidata giurisprudenza di Cassazione, qualsiasi deroga alla predetta disposizione può incidere sul forum destinatae solutionis solo se convenzionalmente ed espressamente pattuita dalle parti e con contestuale rinuncia da parte del venditore al luogo individuato ai sensi degli artt. 1182 e 1498 c.c. (cfr. Cass., 28 settembre 1996, n. 8562, in Mass., 1996, 777; Id., 12 aprile 1990, n. 3141, ivi, 1990, 462; Id. 24 febbraio 1988, n. 1978, ivi, 1988, 267; Id., 27 agosto 1985, n. 4559, ivi, 867; Id., 5 giugno 1984, n. 3404, ivi, 1984, 711; Id. 8 giugno 1983, n.3943, ivi, 1983, 1041; Id., 7 aprile 1983, n. 2457, ibid., 641; in dottrina vedasi Bin, La Vendita, La formazione del contratti. Oggetto ed effetti in generale, in I grandi orientamenti della giurisprudenza civile e commerciale, diretta da Galgano, Padova, 1994, 574). La giurisprudenza è, inoltre, univoca nel ritenere che una tale pattuizione fatta tra le parti debba essere convenuta in via esclusiva per poter prevalere sulla regola generale che dà rilevanza al domicilio che il venditore ha nel momento in cui il credito diventa esigibile (cfr. Cass., 19 aprile 1995, n. 4362, in Mass., 1995, 543; Id., 11 marzo 1995, n. 2864, ibid., 373; Id., 9 febbraio 1995, n. 1472, ibid., 204; Id., 19 maggio 1990, n. 4536, ivi, 1990, 609; Id., 12 aprile 1990, n. 3141, ibid., 461; Id., 8 giugno 1983, n. 3943, ivi, 1983, 1041; Id., 6 giugno 1983, n. 3861, ibid., 1019; Id., 15 luglio 1982, n. 4173, ivi, 1982, 1056; Id., 22 maggio 1981, n. 3357, ivi, 1981, 833; Id., 18 febbraio 1981, n. 992, ibid., 272).

Tale giurisprudenza si riferisce in gran parte a fattispecie ove il compratore era solito pagare a mezzo cambiali, assegni e/o ricevute bancarie con indicazione, quindi, di un luogo di pagamento diverso da quello in cui il venditore aveva il suo domicilio (in dottrina con ampi richiami v. Levoni, Pagamento a mezzo tratta e forum destinatae solutionis, in nota a Trib. Modena, 30 aprile 1994, in Foro Padano, 1994, I, 365). Ciononostante, i principi enucleati in dette sentenze sembrano essere stati correttamente applicati al caso in esame in coerenza con la recente giurisprudenza sugli artt. 28 e 29 c.p.c. in tema di foro convenzionale. Sulla base delle predette norme, viene, infatti, costantemente ritenuta necessaria, al fine di designare convenzialmente un foro territoriale con carattere di esclusività, una pattuizione espressa che non lasci dubbio alcuno sulla comune intenzione delle parti di escludere la competenza degli altri fori previsti ex lege (vedi da ultimo Cass., 18 novembre 1988, n. 11616, in Giust. Civ., Mass., 1998, 2375; Id., 15 maggio 1998, n. 4907, ibid., 1047; Id., 20 dicembre 1995, n. 12971, in Giur. It., 1997, I, 1, 232; Id., 13 giugno 1995, n. 6635, in Mass., 1995, 777).

Da detti principi viene, inoltre, fatto discendere che il pagamento del prezzo effettuato presso il domicilio dell’acquirente nelle mani di un agente o rappresentante del venditore sia una circostanza contingente e, a fortiori, inidonea ad evidenziare una clausola contrattuale idonea a mutare il luogo ove il prezzo deve essere ex lege pagato. Anche tale affermazione si allinea ad un orientamento del tutto pacifico in giurisprudenza (cfr. Cass., 24 febbraio 1988, n. 1978, cit.; Id., 5 giugno 1984, n. 3404, cit.; Id., 28 aprile 1981, n. 2568, in Mass., 1981, 693).

Conclude, infine, la S.C. affermando la non rilevanza del fatto che, successivamente alla vendita, e prima che il relativo credito sia divenuto esigibile, quest’ultimo sia stato ceduto a terzi. Viene anche su tal punto ribadito un principio noto in giurisprudenza secondo cui in caso di cessione del credito ad un terzo avente un domicilio diverso da quello del cedente, il debitore ceduto è comunque tenuto a pagare il prezzo presso tale nuovo domicilio. Ciò, però, alla duplice condizione che il debitore ceduto venga informato, prima che il credito diventi esigibile, dello spostamento del luogo di pagamento del prezzo e che tale spostamento con comporti un "aggravio" per lo stesso (cfr. Cass., 18 febbraio 1972, n. 467 in Rep. Foro It., 1973, voce "Obbligazioni in genere", n. 29; Id., 19 luglio 1957, n. 3026, ivi, voce "Competenza e giurisdizione in materia civile", n. 247; Id., 5 maggio 1955, in Giust. Civ., I, 1852; per la giurisprudenza di merito v, App. Milano, 23 gennaio 1987, in Banca Borsa, 1988, II, 325; Trib. Milano, 12 maggio 1983, ivi, 1984, II, 248). A tali fini, si ritiene che l’aggravio debba essere perlomeno "apprezzabile" e derivante dal fatto del creditore a danno del debitore (cfr. Cass., 4 dicembre 1992, n. 12920, Mass., 1992, 1168).

In conclusione, la sentenza annotata sembra distinguersi più per la peculiarità del caso di specie che non per il contenuto dei principi di diritto in essa enucleati. La S.C. ha preferito, infatti, adagiarsi sui risultati di una giurisprudenza consolidata piuttosto che sviluppare alcune questioni che meritavano forse un maggior approfondimento. Ci si riferisce in special modo alla individuazione degli "usi integrativi" di cui all’art. 1340 c.c. in merito ai quali le scarne argomentazioni spese dalla Cassazione costringono all’attesa di una pronuncia più puntuale per poter far luce sulle molteplici questioni interpretative ad essa sottostanti.

 

Fabrizio Tarocco