francese

Carlo Collodi, Les Aventures de Pinocchio, traduction par I. Violante, chronologie, présentation, notes, dossier, bibliographie par J. –C. Zancarini, Paris, Flammarion, 2001, pp. 349, FRF 57.00, 8.69.

Paolo Carta

La traduzione di un classico è il rinnovamento di un atto d’amore per il suo autore e per la promessa che questi fece al lettore di ieri e di sempre. Les Aventures de Pinocchio di Collodi (Carlo Lorenzini), tradotte da Isabel Violante e corredate da una presentazione e da un corposo dossier curato da Jean-Claude Zancarini, nascono da questa sensibilità. Il volume rifugge infatti da qualsiasi interpretazione ‘ad effetto’ e impone al lettore di riconsiderare il testo, che nel caso dell’opera di Collodi è ciò che concretamente più conta. Pinocchio, del resto, come ogni classico, porta con sé tutta la stratificata tradizione delle sue interpretazioni che rende impraticabile il rapporto disincantato del lettore con il testo. È dunque dalla comprensione delle diverse letture di cui Pinocchio è stato per così dire «vittima passiva» che i curatori scelgono di ripartire, mettendo in discussione la riduzione dell’opera a «fiaba» pedagogica. La critica ama infatti ricordare che la «bambinata» - così l’autore definì la sua opera in una lettera – apparve a puntate tra il 1881 e il 1883 nel «Giornale dei bambini», la rivista fondata da Ferdinando Martini e diretta dallo stesso Lorenzini. In tal modo si è spesso dato un peso eccessivo all’originaria destinazione dell’opera rispetto all’evoluzione della scrittura del testo. Ciò ha condotto a una lettura appiattita dell’opera nella quale si inserisce anche la dilagante fortuna della riduzione cinematografica di Walt Disney – opportunamente presa in esame dai curatori.

La ristampa di Pinocchio, nella collana Dossier di Flammariona, in compagnia di letteratura considerata «alta», di romanzi di «formazione» e dei classici del pensiero, pare suggerire al lettore un ripensamento dell’opera. Ciò non costituisce certo una novità, ma così come in passato anche oggi l’iniziativa conserva il suo fascino «rivoluzionario». Si pensi alla bella edizione dell’editore Einaudi, pubblicata nel 1943 con la breve e toccante introduzione di Cesare Zavattini. L’edizione Einaudi non era destinata all’infanzia, ma invitava i lettori a riconsiderare le avventure del burattino più famoso del mondo come un classico, e un classico è quanto di più utile per continuare a esercitare il pensiero in ogni tempo, anche in quello più buio, per dirla con i celebri versi di Bertolt Brecht. È questa l’idea che si agita anche nelle pagine di questa traduzione, il cui dossier si chiude non a caso con una frase di Italo Calvino, che i curatori fanno propria: «un classique, c’est un livre qui n’a jamais fini de dire ce qu’il a à dire!» (p. 343). Sarebbe dunque riduttivo definire Le avventure di Pinocchio un «classico della letteratura per ragazzi». Si tratta invece, come hanno scritto Carlo Fruttero e Franco Lucentini, «di un classico della letteratura e basta».

Riduttiva ancora appare la lettura dell’opera alla luce dell’ambiente nel quale fu composta e ancor più, sottolinea Jean-Claude Zancarini nella Présentation, con riferimento ad alcuni studi di Alberto Asor Rosa, l’interpretazione del testo a partire da un’indagine psicologica di Collodi. Quella «bambinata» era stata scritta «per sempre», come in genere sono scritti i racconti indipendentemente dalla loro destinazione e dal loro destino. È dunque in questa direzione che è necessario muoversi per tentare di comprendere il testo sia pur scegliendo, da «adulti», tra le molteplici letture possibili. L’opera di Collodi, scrive Jean-Claude Zancarini, non può essere ridotta ad una sola lettura. «Carlo Fruttero et Franco Lucentini», prosegue il curatore, «nous rappellent un point qui devrait être une évidence pour un lecteur et dont nous allons tenter de faire notre profit: ‘ne nous pas tromper par la destination primitive de Pinocchio à l’enfance et, surtout, ne nous laissons pas convaincre par ses faux amis et ses ennemis déclarés, qui veulent que pour le lire ou le relire il faille une clé spéciale; délibérément fraîche et ingénue, ou au contraire (mais c’est au fond la même chose) rare et sophistiquée, voire arrogamment sociale. Non, la seule clé de lecture adulte pour un classique de la littérature a toujours été et demeure la clé littéraire, faite d’attention aux effets de l’art, poétiques au sens large, et des moyens que l’auteur a employés pour les atteindre» (p. 29).

È pensabile dunque che le Avventure di Pinocchio nate come libro destinato originariamente all’infanzia abbiano finito poi per rivolgersi a tutt’altro pubblico?

È infatti proprio nella presenza di elementi apparentemente contraddittori che andrebbe ricercata la chiave della sua perdurante fortuna, rispetto a qualsivoglia testo o romanzo pedagogico di fine Ottocento. La pedagogia, comunque la si veda, trova il suo fine nell’incidenza «sociale»: è nella «disciplina sociale» che risiede la sua aspirazione, indipendentemente dai metodi di cui si dota di tempo in tempo. La crescita individuale, d’altra parte, non ammette alcuna pianificazione, presentandosi come il frutto di più stimoli legati all’esperienza e alle personali relazioni storicamente poste in essere da ogni individuo. Questa tensione, che l’opera di Collodi pone in netta evidenza, caratterizza tradizionalmente la storia del pensiero occidentale. A fine Ottocento, il compito della pedagogia, così come lo si poteva intendere, era di formare cittadini «utili» allo Stato e alle istituzioni, i cui valori largamente condivisi non erano posti in discussione. C’è da chiedersi quale utilità potesse arrecare alle istituzioni e alla formazione di buoni cittadini un libro come Pinocchio, che puntava esclusivamente sulle difficoltà del percorso individuale della crescita colta nel suo lacerante rapporto con i metodi pedagogici del tempo.

La crescita di Pinocchio si conclude nel momento in cui il bambino può finalmente guardare il burattino dall’esterno, quasi fosse un estraneo. La pagina finale ha la capacità di sbigottire il lettore. Con straordinaria maestria, infatti, Collodi ancora una volta fa parlare Pinocchio a se stesso, «dentro di sé», con consapevole compiacimento, quasi a voler significare che la riflessione personale fosse in realtà il traguardo al quale ambire: «Pinocchio se retourna pour le regarder et, après l’avoir bien regardé, il se dit à lui-même, avec infiniment de satisfaction: Comme j’étais ridicole quand j’étais un pantin! Et comme je suis heureux d’être devenu un petit garçon comme il faut!».

Nel corso del racconto l’autore non intende tanto mostrare al lettore, in termini pedagogici, la netta distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male, secondo una morale universalmente accettata, quanto sottolineare come ogni individuo sia in possesso della capacità di raggiungere uno stadio in cui gli è possibile smettere di reagire esclusivamente a sollecitazioni esterne senza alcuna riflessione personale.

I monologhi interiori di cui è capace il burattino nell’arco della storia maturano solo a cose fatte, dopo che ne ha combinato una delle sue, sempre «da sé solo» e spesso ad alta voce: «Mi sta bene! …Purtroppo mi sta bene! Ho voluto fare lo svogliato, il vagabondo… ho voluto dar retta ai cattivi compagni, e per questo la fortuna mi perseguita sempre. Se fossi stato un ragazzino per bene, come ce n’è tanti; se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa col mio povero babbo, a quest’ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a fare il cane di guardia alla casa di un contadino. Oh! Se potessi rinascere un’altra volta!… Ma oramai è tardi, e ci vuol pazienza!» (pp. 158-161). È questo il tono degli altri monologhi, introdotti sempre da un «se avessi fatto…»; «se avessi avuto…». L’autore usa il monologo anche per esprimere lo stupore del burattino dinanzi alla vita, come nel capitolo XIV, nell’incontro con «gli assassini». In altri casi egli adotta il monologo per sottolineare l’ingenuità, come nel caso in cui Pinocchio fantastica sulla crescita delle monete piantate nel Campo dei miracoli, all’inizio del capitolo XIX. È superfluo rimarcare la distanza che separa questi monologhi dalla pagina finale, nella quale il monologo rappresenta il raggiungimento di una tappa della crescita.

L’abilità di Collodi oltrepassa in ogni caso la pura e semplice tecnica narrativa. Egli è perfettamente a proprio agio oltre che con i canoni della scrittura per ragazzi, maturata con la lunga pratica del mestiere, anche con le tecniche educative. È soprattutto la consapevolezza di queste ultime che evita all’autore di cadere nella trappola rappresentata dal racconto pedagogico, finalizzato alla formazione del cittadino «utile» alle istituzioni. Con ciò non si vuol sostenere che Pinocchio sia la rappresentazione dell’ostilità per l’autorità. Episodi in tal senso non mancano e l’apertura del capitolo XIV basterà a questo proposito: «Come siamo disgraziati noi altri poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci dànno dei consigli. A lasciarli dire tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri: tutti» (pp. 110-111). Il monologo del burattino implica che il riconoscimento dell’autorità debba precedere sempre e comunque l’obbedienza alle sue regole. Non è pensabile alcun rispetto dogmatico dell’autorità.

Ciò costituisce un aspetto secondario della trama narrativa. Collodi non intende rivelare al lettore ciò che accade quando il burattino disobbedisce all’autorità: se questo fosse stato il suo intento la storia del burattino ci sarebbe apparsa ovvia e piatta, sia pur corredata con le immaginifiche rappresentazioni della realtà di Mangiafuoco, Lucignolo, il Gatto e la Volpe. L’autore pare essere fortemente interessato piuttosto a descrivere le situazioni paradossali alle quali si va necessariamente incontro scegliendo di diventare un bambino «dabbene», scegliendo cioè di obbedire alla lettera e indiscriminatamente alle regole imposte dall’autorità. Più che nelle «marachelle» del burattino infatti, la paradossalità del rapporto tra il bene e il male, tra l’utile e l’onesto, tra comando e obbedienza, si percepisce nei luoghi in cui Collodi descrive la realtà istituzionale della scuola e della giustizia, la cui garanzia rappresenta l’aspirazione suprema dello Stato. Esaminiamo alcuni esempi.

Rispondendo ai richiami del Gran Teatro dei burattini, Pinocchio vende l’abbecedario che Geppetto, suo babbo, aveva acquistato privandosi della propria giacca, affinché potesse degnamente frequentare la scuola. Quel gesto innesca il lungo peregrinare del burattino fitto di disavventure che culminano nell’incontro con la Fata dai capelli turchini alla quale non manca di promettere di voler «diventare un ragazzo a tutti i costi». La promessa di compiere il bene stavolta trova un ostacolo nella cruda realtà della scuola drammatica e violenta. Non è possibile rinvenire alcun intento pedagogico nel realismo con il quale Collodi descrive il primo giorno di Pinocchio alla scuola comunale, in cui questi si scontra per la prima volta con l’intolleranza per la diversità. Quel giorno Pinocchio impara che la benevolenza dei compagni si guadagna esclusivamente con l’uso della forza (pp. 194-197): «Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata, Pinocchio acquistò subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli facevano mille carezze e tutti gli volevano un ben dell’anima. E anche il maestro se ne lodava, perché lo vedeva attento, studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l’ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita».

Ancor più cinica della realtà scolastica è la rappresentazione della ‘giustizia’, dalla quale Collodi sembra voler suggerire di tenersi quanto più lontano è possibile, non esclusivamente per scoraggiare i lettori («i giovani lettori»?) dal compiere azioni malvagie, ma anche e soprattutto perché la ‘giustizia’ istituzionale non risponde necessariamente ai criteri del «giusto» e dell’«equo». Il tema ritorna con una certa frequenza nella trama.

Nel capitolo XIX, Pinocchio arriva nella città di «Acchiappa-citrulli», condotto dal Gatto e la Volpe che con un raggiro, «insegnandogli il modo di arricchire», lo derubano delle sue quattro monete d’oro. Scoperto l’inganno grazie a un pappagallo che si fa beffe di lui dandogli del «barbagianni», Pinocchio va «difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato» (pp. 146-147). In tribunale incontra il giudice, uno «scimmione della razza dei Gorilla». La rappresentazione della giustizia che in questo frangente Collodi ci offre è quella di uno scimmione, rispettabile sia per l’età, ma ancor più per i suoi occhiali d’oro. Il giudice infatti non ci vede tanto bene per via di una «flussione d’occhi», ed è costretto dunque a portare continuamente un paio di occhiali, ma senza lenti. In questa occasione Pinocchio impara che a testimoniare contro chi ti ha derubato si guadagna una condanna: «Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro» - disse il giudice ai gendarmi - «pigliatelo dunque, e mettetelo subito in prigione». La sentenza lascia esterrefatto il burattino che non ha neppure il tempo di protestare. Ciò che accade in carcere a Pinocchio è ancor più paradossale. Dopo quattro mesi di prigionia si presenta un caso «fortunatissimo»: l’Imperatore della città, avendo riportato una vittoria in battaglia, decide di concedere un’amnistia per tutti i «malandrini» chiusi in carcere. Alla richiesta di Pinocchio di uscire dal carcere insieme agli altri, il carceriere risponde che lui non è nel numero, poiché è andato in carcere solo per essere stato derubato e non per aver commesso un furto. Pinocchio è allora costretto a dichiararsi un «malandrino», dunque colpevole di una colpa non commessa per aver il diritto di usufruire dell’amnistia.

Difficile credere che Collodi in questo frangente avesse in mente solo i suoi giovani lettori. Pensiamo ancora all’episodio di Eugenio che ricorda da vicino il racconto di Montaigne contenuto nel saggio dedicato all’esperienza (Essais, III, 13). Montaigne racconta di alcuni contadini i quali, trovatisi dinanzi a un moribondo straziato da cento colpi e ansioso di ricevere un sorso d’acqua, non osarono avvicinarsi a lui e anzi scapparono per paura di essere acciuffati dai tutori della giustizia, come accade solitamente a coloro che vengono trovati accanto ad un uomo ucciso. È certo che quel dovere di umanità, aggiungeva Montaigne, li avrebbe messi nei guai, poiché essi non avevano né la capacità, né il denaro per dimostrare la propria innocenza. Chi voglia comprendere gli sviluppi del caso presentato da Montaigne dovrà leggere la vicenda giudiziaria di cui è vittima Pinocchio.

Sette compagni di scuola convincono Pinocchio ad andare sulla spiaggia per vedere il pescecane, ben presto però il burattino scopre che i suoi compagni gli avevano fatto «una brutta celia»: il terribile pescecane non c’era. L’unico scopo dello scherzo era di far perdere la scuola a Pinocchio, giudicato dai suoi compagni «troppo studioso»: «E se studio, che cosa ve ne importa?» - domanda loro Pinocchio. I compagni rispondono: «Gli scolari che studiano fanno sempre scomparire quelli, come noi, che non hanno voglia di studiare. E noi non vogliamo scomparire! Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!». Dalle richieste dei compagni «di prendere a noia la scuola», nasce una lite che si presto assume i contorni di una rissa tra i sette e Pinocchio. Volarono i libri e quando questi terminarono, uno dei compagni, vedendo che gli unici libri rimasti erano quelli che sporgevano dal fagotto del burattino, raccolse un pesante Trattato d’aritmetica e lo scagliò contro Pinocchio. Il libro schivato dal burattino colpì Eugenio, uno dei sette compagni, il quale cadde a terra impallidito, dicendo: «o mamma mia, aiutatemi… perché muoio!…». Alla vista di quel «morticino» i ragazzi spaventati scapparono «e non si videro più» (p. 204). Pinocchio rimase accanto al compagno e tra le lacrime e la disperazione andò a inzuppare un fazzoletto nell’acqua di mare per aiutarlo a rinvenire, mai smettendo di chiamarlo per nome. Davanti al corpo disteso del compagno, Pinocchio sentì i passi di due carabinieri che arrivavano. Questi si fermarono e interrogarono il burattino (p. 206):

- Che cosa fai sdraiato per terra? – domandarono a Pinocchio.

- Assisto questo mio compagno di scuola.

- Che gli è venuto a male?

- Par di sì!…

- Altro che male! – disse uno dei carabinieri, chinandosi e osservando Eugenio da vicino. – Questo ragazzo è stato ferito in una tempia: chi l’ha ferito?

- Io no, - balbettò il burattino che non aveva più fiato in corpo.

- Se non sei stato, tu chi è stato dunque che l’ha ferito?

- Io no, - ripeté Pinocchio.

- E con che cosa è stato ferito?

- Con questo libro. – E il burattino raccattò da terra il Trattato di aritmetica, rilegato in cartone e cartapecora, per mostrarlo al carabiniere.

- E questo libro di chi è?

- Mio.

- Basta così: non occorre altro. Rizzati subito e vieni via con noi.

- Ma io…

- Via con noi!

- Ma io sono innocente…

- Via con noi! –

 

«Quanti innocenti sono stati condannati e puniti senza colpa dai giudici? E quanti ce ne sono che non abbiamo ancora scoperto?», avrebbe commentato Montaigne.

A chi si rivolgeva Collodi con il suo racconto a puntate? E a chi si rivolge ancora oggi la storia del burattino?

Credo che il fascino de Le Avventure di Pinocchio stia ancora tutto nell’efficacia con la quale è narrata la paradossalità della vita reale, che ieri come oggi non smette di lasciarci «di princisbecco».

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