A. Prosperi, L'eresia del Libro Grande. Storia di
Giorgio Siculo e della sua setta, Milano 2000.
1. Il libro dedicato da Adriano Prosperi a Giorgio Siculo
e alla sua setta è anzitutto uno stimolo alla ricerca per archivi e testi
e un'occasione per riflettere sul mestiere stesso di storico, in tempi
di dominante scetticismo. La motivazione di fondo del libro coincide infatti
con una riflessione sul rapporto tra memoria, o meglio cancellazione della
memoria, e storia e, anche, tra scienze storiche moderne nate insieme
alla costruzione di chiese e stati e attuali possibili vie di una ricerca
del passato che possa dialogare con le questioni del nostro tempo. Perchè,
infatti, come si chiede l'autore aprendo la Premessa, «vale la
pena» di occuparsi di Giorgio Siculo? La lunga fedeltà ad una figura scoperta
inizialmente da Cantimori e intorno alla quale le ricerche dell'autore,
insieme a quelle di Carlo Ginzburg e di altri, hanno gettato una luce
sempre più intensa nel corso degli anni, è motivata dalla volontà di confrontarsi
con l'inesorabile, e perlopiù deliberato, processo di cancellazione della
memoria di un personaggio come Giorgio Rioli, monaco benedettino cassinese
siciliano, «eretico detestato da tutte le chiese costituite» (p. 5). In
gioco c'è il tentativo di recuperare, per quanto possibile, una voce avversata
e, infine, messa a tacere dallazione delle chiese costituite e di
aggiungere qualche tassello al quadro culturale di un passato che appare
più mosso di quello tramandato dalla rappresentazione storica coeva e
successiva, esito della contrapposizione tra entità ecclesiastiche e statali.
Si tratta insomma della sfida di «fare storia dei vinti» (p. 12). Una
sfida riassunta nello stesso titolo del volume relativo al testo che racchiudeva
la dottrina del Siculo, il cosiddetto Libro grande, che per noi,
oggi, è forse irrimediabilmente perduto, in seguito alla caccia di cui
fu oggetto. Con il suo «potere limitato» (p. 11) che tuttavia non ne elimina
le «capacità conoscitive» (p. 12), la ricerca storica può opporsi a un
tale processo di cancellazione (che ebbe anche i suoi esiti paradossali,
come la conservazione di uno scritto del Siculo in mezzo a un libro di
prediche ritenute ortodosse) utilizzando due strumenti. Anzitutto la capacità
di far parlare non solo le sporadiche e frammentarie fonti rimaste, ma
anche i silenzi e le eventuali «alterazioni delle regole» nelle quali
cogliere «i tratti degli individui che vi hanno lasciato la loro traccia»
(p. 364); in secondo luogo, lo sforzo continuo di evitare criteri interpretativi
anacronistici, sulla scia di Lucien Febvre, e di ricostruire la visione
prospettica e gli orizzonti di attesa di chi viveva i fatti all'altezza
cronologica studiata. Per capire, ad esempio, le mosse dei partecipanti
al conclave del 1550 da cui poteva uscire papa Reginald Pole, lo storico
deve «cercare di ricostruire, nella misura del possibile, quel passato
come un presente, il suo carico di attese e di proiezioni, cancellando
dalla sua prospettiva la consapevolezza di quel che di fatto doveva
succedere di lì a poco» (p. 182).
In questa «ricerca di minuzie e frammenti», che si è
proposta di restituire «una memoria non di grandi eventi e di nodi epocali
ma degli accadimenti chiusi dal breve giro di anni e di mesi occupato
da una vita» (p. 10), capita in realtà che gli «accadimenti» minori si
incrocino costantemente con i «nodi epocali», come accade nei lavori incentrati
su un singolo personaggio. In questo caso, a determinare il ripetuto spostarsi
del fuoco dalle vicende del protagonista agli eventi macroscopici dello
sfondo (per mezzo di efficaci stacchi narrativi che a un lettore un po'
irriverente possono ricordare l'analogo alternarsi di punti di vista,
da vicino e da lontano, con il quale è costruito un recente e piuttosto
sperimentale romanzo storico), sono le stesse sporadiche e disomogenee
fonti a disposizione insieme all'analisi dei testi superstiti del monaco
benedettino. Messi tutti insieme, i pezzi dispersi ridanno forma alloggetto
infranto (per riprendere il parallelo, caro all'a., tra l'opera dello
storico e quella dell'archeologo o del restauratore).
2. Il capitolo I proietta subito l'attenzione del lettore
sull'episodio conclusivo della vita del Siculo, la sua esecuzione, a Ferrara,
nella notte del 23 maggio 1551. Una morte «soffocata nel silenzio», a
differenza di quella, avvenuta nella stessa Ferrara, di Fanino Fanini,
che un fortunato resoconto contribuì a rendere un martire della Riforma.
Il Siculo, invece, «non fu il martire di nessuno»: fu anche «un eretico
senza compagni» (pp. 22-23)? Per rispondere, è necessario ripartire dall'ambiente
in cui il Siculo compì i primi passi. I tre capitoli seguenti (II, III,
IV) indagano il percorso del Siculo dalla formazione nel monastero benedettino
cassinese di San Niccolò l'Arena, in Sicilia, fino al primo testo pervenutoci,
un parere sul tema della giustificazione indirizzato all'abate benedettino
mantovano Luciano degli Ottoni. Anche se «non ci è noto quale sia stato
il percorso intellettuale e religioso del giovane monaco siciliano» (p.
29), sappiamo però che proprio a San Niccolò l'Arena fu redatta la prima
versione del trattatello Del beneficio di Giesù Cristo crocifisso verso
i cristiani, ad opera del benedettino mantovano Benedetto Fontanini,
presente a San Niccolò dal 1537 al 1543. A partire da qualche indizio,
come il fatto che lo stesso Fontanini sarebbe stato in seguito il responsabile
della traduzione in italiano dei libri di Giorgio Siculo scritti in «lingua
siciliana» (p. 63), il tentativo è quello di capire quale potesse essere
l'«orizzonte di lettore» del Siculo, «quale la sua posizione di confratello,
amico e collaboratore di uno degli autori del Beneficio» (p. 61).
L'a. approfondisce qui la tesi, già avanzata in Giochi di pazienza,
della genesi del trattato nel quadro della spiritualità benedettina e,
inoltre, colloca la prima redazione del testo (in seguito rivisto da Marcantonio
Flamino in chiave agostiniana) sullo sfondo dell'ambiente siciliano. Il
problema centrale del trattatello è il rapporto tra giustificazione e
opere, che la spiritualità benedettina tende a risolvere insistendo sul
libero arbitrio e sul tema della perfezione. Come illustra il capitolo
IV, queste sono le idee che i benedettini cassinesi (Luciano degli Ottoni,
Isidoro Cucchi da Chiari e Crisostomo Calvini) portano al Concilio di
Trento, atteso da molti come reale momento di confronto e di possibilità
di conciliazione con i protestanti. La voce dei benedettini, messa in
ombra dalla semplificazione storiografica in quanto non in linea con «il
linguaggio teologico dominante», insiste, contro la tradizione della scolastica,
sulla centralità della Bibbia. In particolare, l'abate del monastero di
San Benedetto Po, Luciano degli Ottoni, è il sostenitore di una posizione
che non gli risparmia accuse di luteranesimo: chi crede in Cristo non
può cadere in peccato perché fede e peccato si escludono. Il parere di
Giorgio Siculo su "cosa sia la giustificazione", indirizzato
in forma di epistola proprio a Luciano degli Ottoni, si inserisce in questo
dibattito. Secondo il S. ci sono due tipi di fede: la fede concessa a
tutti per grazia generale e la vera giustificazione cristiana, che consiste
in una sorta di illuminazione interiore. Il Siculo polemizza qui con i
«predestinatori» (i protestanti) perché credono che Dio abbia eletto solo
alcuni uomini ed escludono che l'uomo possa scegliere tra il bene e il
male. Elevando il tono, si paragona quindi a Cristo dichiarandosi portatore
di una rivelazione, derivantegli da Cristo stesso, cui si dovrà prestar
fede per porre fine ai contrasti. Le dottrine dei benedettini cassinesi
avevano dunque trovato un fondamento «nelle visioni di un giovane e sconosciuto
monaco siciliano» (p. 97).
La narrazione si sposta quindi dagli eventi del Concilio
alla vicenda di Francesco Spiera, il giureconsulto di Cittadella che si
lasciò morire di inedia e disperazione nel 1548 dopo aver abiurato la
fede riformata (cap. V). Un caso che ebbe grande risonanza nel mondo della
Riforma (cap. VI) e che diede luogo al secondo testo noto di Giorgio Siculo,
l' Epistola alli cittadini di Riva di Trento, composta proprio
mentre il monaco aspettava di essere chiamato al Concilio e, rispetto
al precedente scritto, rivolta a un pubblico più ampio (cap. VII). L'Epistola
si presenta come un testo contro le dottrine protestanti, che generano
disperazione, e in favore della tesi dell'infinita misericordia di Dio.
Il caso dello Spiera, lungi dal costituire un invito allesilio religionis
causa, mostra che quella dei protestanti non è la vera elezione, giacché
egli, pur internamente certificato della propria appartenenza agli eletti,
era ugualmente caduto. Si arriva così alla questione centrale del testo:
è permesso "consentire a' culti non veri"? Secondo il Siculo
il "gran numero" di coloro che in Italia nascondono la loro
fede deve avere la possibilità di consolarsi e di sperare nella misericordia.
La pratica nicodemitica viene qui proposta come esito provvisorio in attesa
della vera dottrina che porterà non disperazione ma salvezza.
Avendo individuato gli anni tra 1548 e 1551 come momento
culminante dello scontro ideologico in Italia per il nesso tra caso Spiera,
presa di posizione pubblica del Siculo (autore anche di unEspositione
sui capitoli nono e decimo dell'Epistola paolina ai Romani) e scoperta
della rete anabattista (p. 144), l'a. sposta nuovamente il fuoco dal Siculo
al vertice religioso della cristianità. Il capitolo VIII è infatti dedicato
a Reginald Pole e alla sua mancata elezione al conclave del 1550: chi
cercava una conciliazione tra dottrina della giustificazione per fede
e istituzioni ecclesiastiche esistenti veniva messo da parte. Allo stesso
tempo, come il lettore apprende dal capitolo IX, le ali più intransigenti
della parte cattolica da un lato e di quella riformata dall'altro si trovarono
concordi nell'eliminare qualsiasi voce alternativa al processo di irrigidimento
di chiese contrapposte. E' la tragedia di personaggi come Michele Serveto
e come, appunto, Giorgio Siculo. Le «alleanze poliziesche» tra inquisitori
romani e riformatori vicini a Calvino, causate da quella «vera e propria
ossessione del "terzo partito"» che «comincia da qui la sua
avventura nelle lotte ideologiche della storia europea» (p. 209), portarono
alla cattura del Siculo e al suo processo, ricostruito per quanto possibile,
essendone andate perdute le carte, nel capitolo X.
L'ultima parte del libro (capp. XII-XV) è dedicata all'eredità
spirituale del Siculo e all'attacco che, come risulta anche dall'analisi
delle carte superstiti dell'Archivio del Sant'Uffizio (verbali, registri,
carteggi), fu sferrato dall'Inquisizione tra il 1567 e il 1570 nei confronti
della "setta giorgiana". Che il Siculo avesse seguaci convinti
del suo ruolo profetico non stupisce: la metà del secolo era segnata da
un clima di attesa di eventi eccezionali in cui fiorirono episodi di tipo
visionario e profetico paragonabili a quello del Siculo (cap. XI). Quello
che emerge dall'indagine intorno ai molti personaggi a lui legati o seguaci
delle sue idee, è l'immagine di un gruppo che mantenne «caratteri propri»
(p. 248) per molto tempo dopo la morte del monaco e che trovò la sua identità
intorno alla principale e perduta opera del Siculo che conteneva la rivelazione:
il Libro grande, vero e proprio «deposito della verità» che fungeva
da «legame tra i seguaci» (p. 270) e che veniva mostrato ai nuovi adepti
«a pezzo a pezzo». A proposito di questo, è messa in evidenza l'unicità
della setta di Giorgio Siculo: solo in questo caso «è attestato il ricorso
a un metodo di indottrinamento che univa gradualismo e segretezza col
sistema della lettura a dispense» (p. 271).
5. Intorno ai temi di storia religiosa e culturale in
età moderna, le ricerche in Italia si sono fatte in questi anni sempre
più approfondite. Si è trattato di lavori d'insieme, come il precedente
libro dello stesso Prosperi, dedicato al peso che ha avuto la chiesa della
Controriforma, con le sue ambivalenti strategie, nel modellare le coscienze
degli italiani, o di ricerche a taglio monografico, rese possibili dalla
consultazione di archivi finalmente aperti, come la ricerca di Gigliola
Fragnito sulla storia della censura della Bibbia in volgare attraverso
l'analisi dei conflitti tra Inquisizione e Congregazione dell'Indice.
Dal punto di vista del taglio cronologico e, anche, del tema eresiologico,
questo nuovo libro di P. può essere visto in parallelo al lavoro Massimo
Firpo sull'eresia a Firenze al tempo di Cosimo I. Anche questa è una ricerca
imperniata su una grande fonte distrutta, da ricostruire attraverso le
tracce che ha lasciato in testi e disegni: gli affreschi di Pontormo nel
coro della chiesa di San Lorenzo a Firenze ispirati al catechismo di Valdès.
E' lo stesso P., nelle sue Conclusioni, a suggerire unanalogia
tra la cecità dei censori che permise la sopravvivenza dell'Epistola
di Giorgio Siculo in mezzo alle prediche di Isidoro Chiari e la cecità
degli osservatori degli affreschi di Pontormo che non avvertivano l'assenza
dell'Inferno da quella rappresentazione del Giudizio divino. Si tratta
di un'analoga rimozione della volontà censoria nei confronti di dottrine
antipredestinazioniste e filopelagiane in un mondo che «istintivamente
rifiutava il Dio terribile e vendicativo» (p. 380) della tradizione luterana
e soprattutto calvinista. Un mondo in cui però vinsero coloro che, soffocando
ogni possibile via italiana verso una religiosità interiore indifferente
a riti e cerimonie, diedero luogo a «una tradizione spezzata», nell'esilio
o nella morte (p. 22).
Tra le molte acquisizioni di questo libro e le indicazioni
che offre per la storia culturale e religiosa del Cinquecento, se ne possono
segnalare qui soltanto alcune. Anzitutto, la tradizione benedettina cassinese,
già oggetto di un importante studio di Barry Collet, emerge come uno dei
serbatoi di una spiritualità incentrata sulla Bibbia, sul tema del libero
arbitrio e della perfezione, che avrebbe potuto dare luogo a una riforma
della Chiesa dal suo interno. A questo si lega il ripensamento della geografia
della storia culturale e religiosa del Cinquecento europeo. A più riprese
emergono connessioni tra l'eresia di Giorgio Siculo e il mondo spagnolo,
dall'influsso esercitato dal monaco siciliano nell'ambiente del Collegio
di Spagna a Bologna (si vedano i capp. VII e XIV) alle indicazioni relative
a Luis de León e Benito Arias Montano lettori del Libro grande,
poste in chiusura come stimolo per future ricerche. L'a., inoltre, di
contro alle schematizzazioni storiografiche che hanno contrapposto nord
e sud d'Europa (e richiamando le proposte avanzate recentemente anche
da Jack Goody), mette insieme tutte le piste che conducono alla società
multietnica della Sicilia come possibile sfondo di movimenti ereticali,
notando che «se le cose decisive del Cinquecento italiano si svolgevano
non a Wittemberg o a Ginevra ma in un monastero sulle falde dell'Etna,
bisognerà pur tenerne conto» (p. 10). E' una riflessione già avviata dall'a.,
sulla base di ricerche sull'eresia in Italia meridionale, in un saggio
dove sono indagate le linee di convergenza e di frattura tra mondo protestante
e mondo cattolico. Si tratta di un tipo di storia che cerca di superare
le contrapposizioni rigide, senza eludere, come tende a fare la storiografia
post-weberiana che ha riflettuto sulla modernizzazione, il problema del
carico di sofferenza che i processi di costruzione di chiese e stati hanno
comportato. Ciò che interessa all'a., in questo libro ospitato in una
collana dedicata alla «diversità culturale», sono le «resistenze» a tali
processi e «le linee di faglia non saldate» (p. 10), che ancora segnano
un'Europa al centro della riflessione di oggi «come idea e come progetto»
(p. 9).
