PROCESSI E CONTENUTI 

di GIOVANNI PASCUZZI

La riflessione in ordine alle finalità dello studio universitario del diritto costituisce la premessa ineludibile del lavoro di quanti hanno il compito di formare le nuove generazioni di giuristi. Naturalmente, proprio per questo, il tema è oggetto di vivaci dibattiti (rinfocolati di recente dalla riforma dell’ordinamento didattico del corso di laurea in Giurisprudenza) anche perché sul punto si scontrano concezioni che trascendono il versante più squisitamente educativo e coinvolgono gli stessi paradigmi rispetto ai quali ricostruire i modelli teorici e applicativi del fenomeno giuridico.
Va da sé che in questa sede è impossibile anche solo sfiorare il tema appena ricordato. Ai nostri fini è sufficiente limitare l’attenzione ad un aspetto particolare muovendo da un dato facilmente riscontrabile.
Chi si è laureato in Giurisprudenza anche solo quindicina decina di anni fa ha imparato regole che, in molti campi, possono essere ascritte alla storia del diritto. In poco più di due lustri, infatti, è cambiato totalmente il processo penale, sta cambiando in maniera sostanziale il processo civile, sono state introdotte modifiche significative al codice penale (si pensi alla nuova disciplina dei reati contro la p.a., o alle norme sulla criminalità organizzata), sono mutati i fondamenti del diritto amministrativo (basti ricordare la legge sul procedimento e la riforma delle autonomie locali), ed anche il diritto privato ha conosciuto riforme di non poco momento specie in ragione della necessità di adeguare il nostro ordinamento alle direttive comunitarie (si può citare, a titolo di esempio, l'introduzione della responsabilità da prodotto, fino a giungere alle nuove discipline introdotte nel campo contrattuale e societario).
Malgrado, però, i mutamenti intervenuti, nessuno si sognerebbe di disconoscere valore alle lauree in giurisprudenza conseguite anche solo 15 anni fa. E questo non desta alcuna meraviglia perché il giurista è comunque in grado di aggiornare la propria base di conoscenza e soprattutto è padrone di un metodo di ragionamento.
Le lauree in giurisprudenza non perdono valore con il passare degli anni perché, nell’educazione dei giuristi un posto particolare occupa l’apprendimento dei processi: è certamente necessario fare assimilare taluni contenuti (definizioni, istituti, regole principali, unitamente al lessico specializzato) ma ancor più importante è far capire come si elabora la base di conoscenza (enucleazione dei problemi, applicazione delle regole ai problemi, acquisizione dei meccanismi del ragionamento e dell’argomentare).
In definitiva, quindi, l’educazione del giurista è legata per definizione alla trasmissione di abilità relative ai metodi, alle procedure, ai processi.
E’ utile approfondire il discorso. In particolare occorre mettere in evidenza alcune circostanze che consentono di iscrivere quanto appena ricordato in un contesto più generale.

A) L’approccio tradizionale all’educazione (superiore) aveva in qualche modo accreditato l’idea che l’individuo dovesse trascorrere la prima parte della propria vita ad apprendere nozioni ed abilità: tali nozioni ed abilità sarebbero state poi messe in pratica nella seconda parte della vita, una volta entrati nel mondo del lavoro e/o della produzione. Siffatto scenario sta rapidamente cambiando. L’incremento delle conoscenze, la rapida evoluzione delle tecnologie, l’inevitabile obsolescenza di soluzioni in precedenza applicate, impongono all’individuo di accostarsi in maniera diversa all’apprendimento. Sempre più prende corpo la consapevolezza che l’individuo non può smettere un solo momento di seguire e fare proprie le evoluzioni che intervengono nel campo della conoscenza (pena il rischio di marginalizzazione). Con la locuzione lifelong learning, di recente entrata nel lessico comune, si suole ormai indicare il nuovo approccio all’educazione: l’uomo è destinato ad imparare per tutto l’arco della vita e deve maturare la flessibilità (soprattutto intellettuale) necessaria a ridefinire in continuazione le proprie modalità di lavoro al fine di mettere in pratica le nuove conoscenze acquisite. Non è un caso, del resto, che l’Unione Europea abbia posto l’accento sul lifelong learning varando appositi programmi comunitari. Agli individui è chiesto di incrementare ed aggiornare in continuazione la propria base di conoscenza (quale che sia il campo concreto di attività). Nella prospettiva appena indicata, i contenuti in quanto tali (soggetti ad obsolescenza e ad apparire comunque parziali) finiscono sullo sfondo come esito finale di una (continua) ricerca. Il nuovo approccio inevitabilmente pone l’accento sui processi: è importante sapere come aggiornarsi, come appropriarsi delle nuove acquisizioni, come interagire con le tecnologie più avanzate, come ridefinire le metodologie di lavoro.

B) Lo scenario che oggi domina le esperienze giuridiche occidentali è caratterizzato da una produzione imponente di testi e materiali. Chi convive quotidianamente con la produzione normativa sovranazionale, oppure rileva l’accresciuta prolificità del Parlamento, ovvero cerca di orientarsi nel diluvio di disposizioni adottate da autorità amministrative o, ancora, prova a controllare l’incremento esponenziale delle pronunce giurisprudenziali o, infine, cerca di trovare conforto nella messe di contributi dottrinali, non farà certo fatica a condividere quanto affermato.
Per la verità, quanto avviene in campo giuridico rappresenta un aspetto di un fenomeno più generale. Dalla comparsa sul pianeta in poi (e con un tasso di crescita che ha raggiunto vette inimmaginabili negli anni a noi più vicini), l’umanità ha compiuto progressi enormi in tutti i campi. Il dominio della natura, insieme all’evoluzione del pensiero e delle forme espressive, si è sostanziato nella nascita di molti saperi (dai più nobili come la fisica, ai più odiosi come il pettegolezzo) e nell’accumulo spaventoso di conoscenze. I saperi, dandosi un proprio statuto epistemologico, si sono organizzati in scienze e queste ultime hanno utilizzato le conoscenze già raggiunte per produrre nuova conoscenza.
Un modo banale, non esaustivo (perché indifferente alla qualità), ma sicuramente immediato di visualizzare questa realtà è il numero immane di volumi, quantificabili nell’ordine dei milioni, presenti nelle biblioteche. Va da sé che la conoscenza può essere ritrovata in una varietà di forme: dai c.d. “documenti di pietra” (come le opere architettoniche di una civiltà) fino alla letteratura grigia (spesso veicolo di dati importantissimi per la ricerca) passando per le arti figurative, visive e sonore. Il libro, però, è certamente il modo più intuitivo per conservare e trasmettere il sapere.
È evidente, quindi, che il problema del rapporto con il patrimonio sapienziale accumulato nel tempo si pone in tutti i campi dello scibile. Se migliaia e migliaia di ricercatori hanno condotto esperienze e ricerche in una pluralità di settori, occorre chiedersi in che modo si fa tesoro di quelle ricerche ed esperienze e dei risultati conseguiti sul piano conoscitivo.
In una situazione quale quella descritta si verifica una radicale trasformazione nelle condizioni dell’apprendimento. E’ importante non più o non tanto sapere qualcosa, ma sapere in che modo accedere alle conoscenze ed elaborarle (ancora processi, quindi).

C) Appartiene ad un passato forse di impronta romantica la convinzione che il progresso dell’umanità (in qualsiasi campo dello scibile) possa essere frutto dell’idea o della scoperta concepita o realizzata dal singolo nel chiuso del proprio studio e della propria isolata riflessione. L’evoluzione della conoscenza è sempre più prodotto dell’impegno di molte persone. Il successo finale e collettivo è funzione della capacità di comunicare (e confrontarsi) dei ricercatori così da condividere i risultati parziali conseguiti.
Le reti telematiche (ed Internet che delle reti è stata definita ‘la regina’) favoriscono la comunicazione ed è certamente da approvare la pratica di ‘mettere in linea’ filoni di attività ed esiti di ricerche.
Non possono, però, essere tralasciate le conseguenze che le nuove pratiche comportano sul piano culturale. La possibilità di creare un modo per rendere disponibile a chiunque e in tempi rapidi l’intera conoscenza accumulata è un sogno risalente dell’umanità. A tale aspirazione si riconnette la stessa nascita delle biblioteche o la predisposizione di strumenti per il reperimento delle informazioni. Internet, in qualche modo, sta dando corpo al sogno appena ricordato: tutta la conoscenza fin qui accumulata viene digitalizzata e riversata nella rete. Sennonché vi è stato chi ha rilevato come il collegamento dei calcolatori e l’integrazione in rete di uomini e macchine prefiguri la nascita di un nuovo soggetto di conoscenza collettivo (o connettivo) diffuso e fluido, che sa e sa fare cose che nessuna sua componente sa o sa fare.
Di qui la necessità di interrogarsi a fondo sui cambiamenti culturali che Internet sta innescando: il nuovo modo di rappresentare, conservare trasmettere conoscenza non può non avere conseguenze sullo stesso modo di organizzare il pensiero (giuridico e non).
Intervenendo sull’argomento, Gianni Vattimo ha tratteggiato un efficace paragone. La filosofia sottesa alla società industriale può essere sintetizzata nell’immagine del motore; un centro unico che attiva la periferia punto di partenza ma anche meta ultima. Sempre a dire del filosofo, invece, la società post-moderna è caratterizzata dalla rete. Quest’ultima non ha centro e non ha neanche un nodo ultimo. Sul versante culturale le conseguenze sono di non poco momento. La rete diventa la metafora di una cultura priva di organizzazione (o di sistema) e in cui manca una struttura gerarchica forte. Nell’alluvione di informazioni che le banche dati forniscono, il sapere non si organizza più intorno a concetti e idee di fondo: si possono accumulare molti dati inerenti ai singoli problemi indagati magari individuati da parole chiave.
Naturalmente non siamo in grado di prevedere se i mutamenti futuri saranno tutti di segno positivo. E’ certo, però, che il processo educativo deve attrezzare le persone in formazione affinché siano in grado di capire le caratteristiche del cambiamento per dominarlo (e non per esserne vittime marginalizzate).
Abbiamo possibilità fino a ieri inimmaginabili di acquisire in tempi brevi quantità sterminate di dati, informazioni, conoscenze. Diventa allora importante far capire cosa è possibile fare con detti materiali una volta che sono in nostro possesso. Il pensiero critico opera correlando molte cose tra loro. Il processo educativo deve far comprendere come si creano relazioni (o associazioni) tra i diversi materiali al fine di raggiungere nuova conoscenza (o risolvere i problemi).

D) I mutamenti appena descritti influiscono anche sul ruolo e sulla figura di chi insegna. Nel momento in cui la conoscenza è sempre più accumulata in nuovi centri di sapere (banche dati, memorie ottiche) il docente non è più colui che (solo) trasmette conoscenze. Il docente aiuta ad orientarsi nella conoscenza, spiega le tecniche attraverso le quali è possibile impadronirsene, suggerisce approcci metodologici, disegna le procedure nella prospettiva di una rielaborazione critica della conoscenza. Con la capacità ormai sconfinata di immagazzinare ogni forma di sapere, il ruolo del sistema educativo (ad ogni livello) diventa sempre più quello di insegnare l’arte e il modo di orientarsi nel sapere. Ancora una volta vengono in rilievo i processi.

E) Esistono due modi fondamentali per apprendere. Si può apprendere grazie al linguaggio (rectius: un sistema simbolico) ad esempio: ascoltando una lezione o leggendo un libro. Oppure si può apprendere attraverso l’esperienza, e cioè osservando la realtà ed interagendo con essa. Nelle aule universitarie il sapere giuridico è trasmesso oralmente alle giovani generazioni attraverso le lezioni del docente. Gli studenti, inoltre, affinano e approfondiscono la loro preparazione consultando i manuali istituzionali, le monografie e/o altri generi letterari. In definitiva questo tipo di approccio privilegia, quasi in senso esclusivo, una sola delle modalità utili alla acquisizione di informazioni. Tutt’altro che sistematica, invece, è la ricerca di situazioni che permettano a chi apprende di fare esperienza diretta come avviene, ad esempio, quando si lavora sulle fonti ovvero quando ci si propone di individuare gli elementi utili alla soluzione di un problema (es.: reperire la legislazione, la dottrina, e la giurisprudenza necessarie per rispondere ad un quesito di natura giuridica). Eppure, a ben vedere, questo diverso approccio consente di far capire meglio come si elabora la base di conoscenza (ovvero: come si riconoscono i problemi, e come si applicano agli stessi le regole): esso infatti rende palesi i processi mentali in cui si articola il lavoro dei giuristi.

(continua)

Giovanni Pascuzzi