CASSAZIONE CIVILE - 20 aprile 1963 n. 990; Pres. Celentano, Est. Rossano, P. M. Cutrupia (concl. diff.); Petacci (Avv. Tarquini) c. Palazzi (Avv. Libonati, Nicolò, Paggi, Zazo) e altri.

(Massima) Sebbene non sia ammissibile il diritto tipico alla riservatezza. viola il diritto assoluto di personalità, inteso quale diritto erga omnes alla libertà di autodeterminazione nello svolgimento della personalità dell'uomo come singolo, la divulgazione di notizie relative alla vita privata, in assenza di un consenso almeno implicito, ed ove non sussista, per la natura dell'attività svolta dalla persona e del fatto divulgato, un preminente interesse pubblico di conoscenza.
 

Sunto dei fatti - A base della controversia, la pressoché contemporanea pubblicazione, sul settimanale «Tempo», del primo di una serie di articoli - a firma Zita Ritossa - che «annunziava e andò di fatto svolgendo la narrazione della vita intima dell'amante del Duce», ad opera di «una persona di famiglia che fino all'ultimo le visse accanto» (spiegava il sottotitolo che la Ritossa, entrata «di fatto» nella famiglia Petacci nel 1937 e rimasta accanto a Marcello fino alla tragedia di Dongo, fu «l'unica testimone diretta della vita intima di Clara e dei suoi familiari»). Non mancavano, nel contesto dei racconto, osservazioni ritenute offensive dai congiunti: il prof. Francesco Saverio Petacci vi era descritto come uomo abulico, con «il collo tirato tra le spalle», pronto a zittire non appena la dispotica moglie gli «lanciasse un'occhiata che non ammetteva repliche». Miriam veniva definita «la piccola idiota di casa», e la signora Persichetti come regista dei figli, sempre addentro alle loro faccende amorose, fino a scegliere i pretendenti di Miriam. Si narrava un episodio da cui poteva desumersi che aveva sollecitato la figlia Clara a chiedere soldi all'amante; le si attribuivano altresì occhi (e mentalità) da roditore
Il Tribunale di Milano (sent. 28 marzo 1958) escluse una autonoma tutela del riserbo; ritenne offensivi per Giuseppina Persichetti e Miriam Petacci gli articoli in parola e, in tali limiti, ne dichiarò l'illiceità, inibendone la diffusione e condannando i convenuti a risarcire il danno. In secondo grado, i giudici della Corte di Appello di Milano (sent. 26 agosto 1960, in Foro it., 1961, 1, e. 43 ss.) ravvisarono gli estremi della violazione del diritto alla riservatezza, nonché della reputazione dei vari membri della famiglia Petacci: tuttavia, pur riconoscendo l'idoneità astratta dei fatti lamentati a causare pregiudizio. non condannarono i convenuti a risarcire il danno, per mancanza di prova della sua esistenza. Con la sentenza dell'aprile 1963, la Cassazione confermò la decisione, se pur con motivazione parzialmente divergente.
 

La Corte, ecc. - Il ricorso principale e il ricorso incidentale debbono riunirsi in unico processo, perché proposti contro la stessa sentenza (art. 335 cod. proc. civile).
Secondo l'ordine logico è preliminare l'esame dei primo motivo del ricorso incidentale con il quale si propone la questione della esistenza nel nostro ordinamento giuridico di un diritto alla riservatezza.
Questo Supremo collegio, con giurisprudenza affermata per la prima volta con sentenza del 22 dicembre 1956, n. 4487, ha ritenuto che un diritto alla riservatezza non sia riconosciuto dal diritto positivo né possa affermarsi per analogia argomentando dalla previsione di diritti soggettivi alla personalità o di divieti: gli uni e gli altri, avendo riferimento a specifici rapporti, escluderebbero il ricorso alla analogia, anzi giustificherebbero l'illazione della inesistenza dell'asserito diritto per argomentazione a contrariis. Soltanto nel caso che l'operato dell'agente offendesse l'onore, il decoro, la reputazione della persona sussisterebbe azione contro l'illiceità.
Di fronte al dissenso di gran parte della dottrina e agli inconvenienti che derivano da una assoluta esclusione di tutela giurisdizionale del riserbo della vita privata questo Supremo collegio è indotto al riesame della propria giurisprudenza.
L'esclusione del cennato diritto, in definitiva, di ogni tutela giurisdizionale del riserbo della vita privata è stata giustificata da detta giurisprudenza su di un principio affermato da antica ed anche recente dottrina: che non sussiste un unico diritto di personalità, ma sono riconosciuti vari diritti di personalità da essa distinti, come non sussiste un diritto unico di libertà, ma vari distinti diritti di libertà.
A giustificazione poi di questo diniego si è considerato dalla medesima dottrina che la personalità è il presupposto dei diritti, è la stessa capacità giuridica, non può quindi essere essa stessa un diritto: concepire la personalità come un diritto implicherebbe affermare l'esistenza di un diritto senza oggetto, essendo inammissibile che una persona sia il soggetto e nel contempo l'oggetto del diritto; che se poi il diritto di personalità si concepisce come un diritto assoluto di esclusione rivolto alla generalità, resterebbe imprecisato il contenuto e l'estensione del divieto. Conseguentemente, una tutela giurisdizionale della personalità fuori delle specifiche previsioni non avrebbe alcuna giustificazione, non potendo ritenersi l'illiceità di un comportamento che il soggetto affermasse lesivo della propria persona o della sfera della propria attività.
Parte della dottrina peraltro, pur negando che sussista un diritto assoluto di personalità, ha affermato tuttavia l'esistenza di un diritto alla riservatezza, argomentando per analogia juris da specifici diritti di personalità.
Prima di stabilire se sia ammissibile il ricorso alla analogia occorre considerare che l'esclusione di- un diritto assoluto di personalità è, in definitiva, fondato su di una concezione- dommatica secondo cui il diritto soggettivo deve essere riferito ad un rapporto concreto di un soggetto con un bene. Con tale concezione, non affatto pacifica né in passato né attualmente, dovendosi ammettere soltanto l'esistenza di singoli concreti diritti esplicitamente riconosciuti, si deve conseguentemente pretermettere a priori ogni indagine sull'esistenza di un diritto astratto che consente di concretizzare, con la tutela ad esso inerente, singole manifestazioni della personalità; si perviene al risultato di frantumare una nozione che per sua essenza è unica, inscindibile, come quella della personalità, né si spiega quale legame giuridico unisca ad essa le singole manifestazioni concrete.
Ora, se si ha riguardo non a singoli diritti di personalità esplicitamente riconosciuti ma al fenomeno nel suo complesso e al nesso che li lega alla personalità, si perviene alla seguente constatazione: che il loro oggetto consiste in posizioni speciali, concrete della personalità: il diritto sul proprio corpo (art. 5 cod. civ.), il diritto al nome (artt. 6 e 7 cod. civ.), il c. d. diritto all'immagine (art. 10 cod. civ., e 9 e segg. legge sul diritto di autore), i diritti relativi alla corrispondenza epistolare (artt. 93 e segg. legge sul diritto di autore) e tutte le specifiche previsioni hanno riferimento alla personalità considerata in particolari aspetti, ma oltre alle specifiche previsioni sussistono possibilità di manifestazioni concrete nel campo della vita e in quello sociale. Ammesse queste previsioni e questa possibilità di manifestazioni, deve bensì riconoscersi che la personalità è il presupposto di diritti ma anche che essa, oltre alla capacità, nel senso di attitudine astratta di avvalersene o di acquistarli, a seconda del loro oggetto, postula un diritto di concretizzazione, cioè un diritto di libertà di autodeterminazione nei limiti consentiti dall'ordinamento, il quale come diritto assoluto, astratto si distingue dal potere di autonomia inerente ai singoli concreti diritti e alle concrete manifestazioni. Con tale costruzione, sostenuta da autorevole dottrina, si rivelano inconsistenti, oltre l'obiezione ora considerata di una identificazione della capacità giuridica con il diritto assoluto di personalità, anche le altre: quella della insussistenza dell'oggetto, perché l'oggetto del diritto consiste nella possibilità di manifestazioni nei limiti consentiti; quella della inconciliabilità che il soggetto sia anche l'oggetto, perché, delimitato l'oggetto nel senso indicato, non sussiste ostacolo a distinguere la persona in quanto esiste dalla persona in quanto ha e in quanto può agire; e quella della indeterminatezza del vincolo, perché determinato l'oggetto nella possibilità di manifestazioni concrete si ha corrispondentemente, in relazione ad esse, un divieto generale di non ingerenza.
Il fondamento in diritto positivo di un diritto assoluto nel senso indicato può, ravvisarsi nell'art. 2 della Costituzione, il quale. col disporre «La Repubblica riconosce e garantisce, i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», ammette con ciò un diritto di libera autodeterminazione nello svolgimento della personalità nei limiti di solidarietà considerati.
Tale diritto si distingue da quelli specifici ed inerisce in conseguenza del menzionato riconoscimento alla personalità. In relazione alle esposte premesse deve stabilirsi se nel nostro ordinamento sussiste un diritto alla riservatezza. Esso, nel senso tipico ritenuto dalla sentenza impugnata non può, in mancanza di esplicita previsione, affermarsi né lo si può ritenere per analogia sulla base di singoli diritti di personalità, dato che singoli concreti aspetti non consentono di precisare un principio che giustifichi il riconoscimento e la efficacia propria di un autonomo diritto soggettivo ad una non precisata riservatezza. Ma deve ammettersi la tutela nel caso di violazione del diritto assoluto di personalità inteso quale diritto erga omnes alla libertà di autodeterminazione nello svolgimento della personalità dell'uomo come singolo.
Tate- diritto è violato se si divulgano notizie della vita privata, le quali, per tale loro natura, debbono ritenersi riservate, a meno che non sussista un consenso anche implicito della persona, desunto dall'attività in concreto svolta o, data la natura dell'attività medesima e del fatto divulgato, non sussista un prevalente interesse pubblico di conoscenza, che va considerato con riguardo ai menzionati doveri di solidarietà inerenti alla posizione assunta dal soggetto.
La violazione dunque della vita privata come fatto lesivo del diritto assoluto di personalità al libero svolgimento della stessa deve essere accertata con indagine da svolgersi, per singole fattispecie, sulla posizione del soggetto e sulla sussistenza di limiti, la cui inosservanza implichi illiceità e l'obbligo di risarcimento ai sensi dell'art. 2043 cod. civile.
Ammessa nei sensi indicati la tutela della riservatezza della vita privata, non ha importanza soffermarsi sulla questione se essa debba ritenersi riconosciuta ai sensi della legge 4 agosto 1955 n. 848, che ha dato esecuzione alla «convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali», firmata a Roma il 4 novembre 1950. L'art. 8, n. 1, di tale convenzione stabilisce: «Toute personne a droit au respect de sa vie privée et familiale, de son domicile et de sa correspondance». Sono questi principi, che debbono essere osservati negli Stati firmatari in quanto sono di fondamento al vivere civile, ma che non stabiliscono, rispetto alla riservatezza della vita privata, una tutela maggiore di quella che, per le considerazioni esposte, deve ritenersi ammessa nel nostro ordinamento giuridico. (omissis)