CASSAZIONE CIVILE - 22 dicembre 1956 n. 4487; Pres. Pasquera P., Est. Avitabile, P. M. Colli (concl. conf.); Soc. produzione associata Tirrena Asso film (Avv. Graziadei) c. Caruso (Avv. Leone).
 

(Massima) Nell'ordinamento giuridico italiano non esiste un diritto alla riservatezza, ma soltanto sono riconosciuti e tutelati, in modi diversi, singoli diritti soggettivi della persona; pertanto non è vietato comunicare, sia privatamente sia pubblicamente, vicende, tanto più se immaginarie, della vita altrui, quando la conoscenza non ne sia stata ottenuta con mezzi di per sé illeciti o che impongano l'obbligo del segreto.
 

Sunto dei fatti - Il figlio ed i nipoti del grande tenore napoletano Caruso intentarono azione contro la casa produttrice del film «Leggenda di una voce» che narrava, in forma romanzata, episodi ed avvenimenti relativi all'infanzia, alla giovinezza ed ai primi passi -alquanto impacciati- della sfolgorante carriera di Enrico Caruso. L'attenzione veniva richiamata su talune scene in particolare: a significare la poverissima estrazione del tenore, vi si rappresentava un ufficiale giudiziario nell'atto di eseguire un pignoramento in casa Caruso, nonché la violenta reazione del padre alla disattenzione di cui il piccolo Enrico si era reso colpevole, lasciando infrangere a terra una brocca contenente del latte: grave pregiudizio all'incerta economia familiare, sanzionato con un sonoro ceffone. Oggetto specifico di ulteriori doglianze erano la raffigurazione del giovane tenore in stato di ebbrezza in occasione del suo debutto a Trapani e la dettagliata descrizione dello scherno e dei dileggi che accompagnarono inopinatamente l'esordio dell'«ubriacone». Parimenti lesive si assumevano le scene in cui Caruso, indotto dall'insuccesso a propositi suicidi, vi appariva sul punto di gettarsi fra i flutti e quella dell'abbraccio finale con Stella, quando questa sua passione giovanile era già convolata a giuste nozze con un altro uomo.
I primi giudici esclusero che la convenuta avesse fatto uso illecito del nome e dell'immagine del cantante lirico; ritennero altresì che nessun addebito le potesse essere mosso per aver affidato il ruolo di protagonista all'attore Ermanno Randi, lasciatosi invischiare, all'epoca della programmazione del film, in una torbida vicenda di cronaca nera; né per aver riprodotto, in luogo dell'originale, la voce del tenore Mario del Monaco; ravvisarono invece offesa al decoro e all'onore nelle scene dell’ebbrezza e del tentato suicidio, e indebita invasione della riservatezza nelle altre su citate (opponendo al rilievo della convenuta circa la notorietà e storicità dei fatti la non perfetta corrispondenza con le biografie esistenti e la più efficace idoneità divulgatrice del film). Il collegio condannò pertanto la Tirrena Asso Film al risarcimento del danno patrimoniale (riscontrato nell'impossibilità, per i congiunti, di utilizzazione economica degli episodi della vita di Caruso, per un film ad essa più aderente), liquidato in L. 2.000.000; non invece del danno di relazione che non risultava provato (Trib. Roma, 14/9/1953, in Foro it. 1954, 1, e. 115 e ss.). La Corte di Appello di Roma (sent. 17 maggio 1955, in Foro it. 1956, 1, c. 793 e ss.) ritenne illecita la rappresentazione dei soli episodi dello schiaffo, del pignoramento e dei tentato suicidio, dacché la loro conoscenza non era necessaria per la ricostruzione della personalità dell'artista; e, argomentando sulla maggior diffusione, confermò la condanna al risarcimento, fissato - in via equitativa - nella somma di cui sopra. La S. C., con la sentenza del dicembre del 1956, negò che il desiderio di riserbo fosse tutelabile, rilevando, sotto questo profilo, il difetto di motivazione della sentenza di appello; accolse però le doglianze degli eredi Caruso in ordine alla lesione dell’onore del celebre tenore, rimettendo l’indagine sul punto al giudice di rinvio.

(Omissis) - La difesa del Caruso sostiene che altro limite generale all'attività del narratore o biografo sia dato dal divieto di riferire quei fatti che, attenendo unicamente alla vita intima, familiare ed affettiva della persona celebre, non presentino alcun interesse per la ricostruzione della personalità di questa, affermatasi nel campo artistico, sociale o scientifico, e la cui narrazione sia destinata unicamente a soddisfare l'indiscreta e malsana curiosità di lettori e spettatori.
Si pone così il problema se debba ricevere protezione un generale diritto alta «riservatezza» o «privatezza», qualificato dalla giurisprudenza anglosassone «right of privacy», che si vorrebbe introdurre nel nostro ordinamento.
Molto incerto appare al riguardo il pensiero dei giudici di merito, le cui perplessità vengono giustamente denunziate coi primo mezzo del ricorso principale.
La sentenza impugnata premette che si può convenire con l'appellante che «l'esistenza del diritto alla riservatezza nel. nostro ordinamento è per lo meno dubbia» e, dopo di avere ricordato che un insieme di norme, di codici e di leggi speciali può far ritenere che esso «non sia estraneo al nostro diritto positivo», aggiunge che al fine della decisione sulla liceità o meno della riproduzione, mediante immagini cinematografiche, dei fatti e delle vicende di una persona celebre, «non appare indispensabile intrattenersi a decidere se il diritto alla riservatezza sia riconosciuto nel nostro ordinamento positivo». Nella parte conclusiva finisce invece col dichiarare che alcune scene del film devono essere eliminate perché lesive del diritto alla riservatezza, della cui esistenza aveva mostrato prima di dubitare e poi di disinteressarsi, ed al fine del risarcimento dei danni approva e conferma la distinzione fatta dal Tribunale fra 1esioni all'onore e al decoro, per le quali non accorda alcun risarcimento per non essere stata dimostrata la sussistenza di un danno patrimoniale, e lesioni alla riservatezza, relativamente alle quali fa sussistere il danno nella perduta possibilità, per i discendenti del Caruso, di percepire un compenso per la prestazione ad altro produttore cinematografico del consenso all'utilizzazione delle stesse vicende della vita dei loro congiunto, essendo, a suo avviso, il diritto alla riservatezza, a differenza di quello all'onore, liberamente disponibile e commerciabile.
In realtà, a prescindere dalle questioni di terminologia, la sentenza impugnata ha ritenuto illecita la riproduzione nel film di alcune vicende private della vita del Caruso in base ad un ragionamento che può così riassumersi: le disposizioni degli artt. 96 e 97 della legge sul diritto d'autore, pur riferendosi letteralmente alla sola esposizione del ritratto, costituiscono l'espressione di un principio generale, e sono applicabili, per lo meno per analogia, a qualsiasi opera narrativa o rappresentativa degli avvenimenti della vita altrui; queste sono di regola vietate se manchi il consenso dei soggetto della vicenda; solo eccezionalmente tale consenso non è richiesto, quando la pubblicazione dei fatti e la conoscenza di essi da parte del pubblico siano giustificate da uno dei motivi indicati dall'art. 97, fra cui la notorietà della persona cui i fatti si riferiscono; perché ricorra tale giustificazione non basta però che la persona sia celebre, ma occorre che la narrazione dei fatti sia necessaria per la ricostruzione della sua personalità nel campo artistico, scientifico, politico, etc.; in tal caso l'interesse pubblico alla conoscenza di questa prevale sul diritto alla riservatezza; i fatti che non presentino rilevanza a tal fine non possono invece essere divulgati.
Applicando tali principi alla fattispecie, la Corte di merito ha ritenuto non necessaria alla conoscenza dello sviluppo della personalità del Caruso e non giustificata quindi dalla celebrità di lui, la narrazione del pignoramento eseguito dall'Esattore in danno del padre di Enrico Caruso e dello schiaffo dato dal genitore al futuro grande tenore per la rottura di una brocca.
Questa Suprema Corte, alla quale la questione sulla sussistenza e sui limiti del diritto alla riservatezza viene per la prima volta proposta, non può approvare né la premessa da cui è partita la sentenza impugnata, né le conclusioni alle quali essa e pervenuta.
Nessuna disposizione di legge autorizza a ritenere che sia stato sancito, come principio generale, il rispetto assoluto all'intimità della vita privata e tanto meno come limite alla libertà dell'arte. Sono soltanto riconosciuti e tutelati, in modi diversi, singoli diritti soggettivi della persona. Gli arti. 96 e 97 della legge di autore riguardano esclusivamente il ritratto della persona e la riproduzione dell'immagine nella persona ritrattata, ma non offrono argomento per ravvisare in essi l'applicazione di un principio generale a tutela dei diritti della personalità e tanto meno di un preteso diritto all’intimità. Si è rilevato già come quei diritti formino oggetto di varie autonome disposizioni che creano per ciascuno di essi una sfera più o meno ampia in cui è vietata l'intromissione di altri. L'uso dei nome altrui è vietato solo quando sia indebito e possa recar pregiudizio; il divieto di pubblicazione dell'immagine prescinde invece da ogni possibilità di danno e da ogni criterio di riservatezza della persona; anche la più innocente fotografia di un uomo a passeggio sulla pubblica via o intento al suo lavoro non può essere esposta, riprodotta o messa in commercio senza il consenso di lui. Non sono vietate invece l'esecuzione del ritratto o la ripresa della fotografia e la conservazione di essi per uso privato dell'autore. Più rigorosa ancora è la tutela del segreto epistolare; gli arti. 616 ss. c.p. comminano sanzioni non solo per chi rivela il contenuto della corrispondenza altrui, ma anche per chi ne prende semplicemente conoscenza; l'articolo 48 della legge sul fallimento, nel consentire al curatore di prendere visione della corrispondenza diretta al fallito e di trattenere quella riguardante interessi patrimoniali, gli impone di conservare il segreto sul contenuto di quella estranea a tali interessi; l'art. 93 della legge sul diritto dì autore vieta la pubblicazione delle corrispondenze epistolari, delle memorie familiari e degli altri scritti di carattere confidenziale o riferentisi alla intimità della vita privata, senza il consenso dell'autore e, trattandosi di corrispondenza epistolare o di epistolari, anche del destinatario; anche a tali norme gli arti. 94 e 95 apportano delle eccezioni, diverse da quelle stabilite dall'art. 97 per il diritto all'immagine. Diversa è anche la tutela del domicilio: gli artt. 614 e 615 c.p. vietano di introdursi nell'abitazione altrui, o in altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi contro la volontà, espressa o tacita, del titolare; anche qui le eccezioni poste dalla legge (ad es.: art. 334 c.p.p.) hanno natura e portata ben diversa da quelle relative alla riproduzione del ritratto delle persone celebri.
La varietà della ratio di queste e di altre norme, la diversa estensione della tutela da ciascuna di esse accordata ai singoli aspetti della vita privata della persona, impediscono di ricondurle tutte ad una disciplina unitaria e di estendere i divieti posti da ciascuna norma alla materia regolata da un'altra; fuori dei limiti fissati, l'aspirazione alla privatezza non riceve protezione, salvo che l'operato dell'agente, offendendo l'onore o il decoro o la reputazione della persona, ricada nello schema generale del fatto illecito. Quando la conoscenza delle vicende della vita altrui non sia stata ottenuta con mezzi di per sé illeciti o che impongano l'obbligo del segreto, non è vietato comunicare i fatti, sia privatamente ad una o più persone, sia pubblicamente a mezzo della stampa, di opere teatrali, o cinematografiche, di discorsi, etc..
Il semplice desiderio di riserbo non è stato ritenuto dal legislatore un interesse tutelabile; chi non ha saputo o voluto tener celati i fatti della propria vita. non può pretendere che il segreto sia mantenuto dalla discrezione altrui; la curiosità ed anche un innocuo pettegolezzo, se pur costituiscono una manifestazione non elevata dell'animo, non danno luogo di per sé ad un illecito giuridico. Ancor meno può parlarsi di diritto alla riservatezza quando, come nella specie si assume essersi verificato, i fatti narrati non appartengono alla vera vita del personaggio ma sono scaturiti dalla fantasia dell’autore del soggetto dell’opera cinematografica per rendere più viva ed interessante la narrazione e maggiormente espressiva e significativa un'opera dell'ingegno di carattere creativo (omissis).